Fanno acquisti online, pagano con lo smartphone al bar, gestiscono piccole somme per le uscite con gli amici o i vestiti. Sono adolescenti immersi nell’economia digitale, tra app di pagamento, microtransazioni e shopping a portata di clic. Eppure, proprio quelle ragazze e quei ragazzi che ogni giorno prendono decisioni economiche, spesso senza rendersene conto, mostrano competenze finanziarie fragili. L’Italia, ancora una volta, si colloca sotto la media dei Paesi più sviluppati. Secondo l’ultima indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta nel 2022 dall’OCSE, le studentesse e gli studenti italiani di 15 anni ottengono 484 punti in alfabetizzazione finanziaria, contro una media OCSE di 498 punti. Un risultato che conferma il distacco da realtà più avanzate come Belgio (527), Danimarca (521) o Canada (519), capofila tra i 20 Paesi partecipanti.
L’Italia nella fascia medio-bassa
Dal 2012 PISA indaga lo stato di salute dei sistemi educativi sull’alfabetizzazione finanziaria con l’obiettivo di fornire ai governi dati attendibili per impostare programmi scolastici e politiche volte a formare studenti consapevoli e prepararli alle scelte economiche dell’età adulta.
Ma che cosa significa “alfabetizzazione finanziaria”? Nella definizione degli analisti è la capacità di comprendere concetti, rischi e strumenti economici e di applicare le conoscenze per prendere decisioni informate ed efficaci. È come una bussola che permette di orientarsi tra bisogni e desideri, risparmio e spesa, forme di pagamento e gestione del denaro.
L’indagine OCSE si concentra sulla capacità di leggere situazioni reali, come confrontare offerte, valutare un tasso d’interesse, capire un acquisto a rate o riconoscere una truffa. In questo scenario l’Italia si posiziona nella fascia medio-bassa, con un’ampia dispersione delle competenze: studentesse e studenti che raggiungono i livelli più alti (top performers) sono solo il 5%, contro l’11% della media OCSE. Quasi 1 su 5 (18%) non arriva al livello minimo necessario per affrontare situazioni finanziarie semplici. Poche eccellenze, dunque, e una porzione consistente di ragazzi che fatica anche nelle operazioni di base.
Educazione finanziaria: un Paese diviso
Analizzando i dati, emergono diverse linee di frattura. La geografia conta: gli studenti del Nord Ovest raggiungono in media 509 punti, quelli di Sud e Isole 448. Un divario di oltre 60 punti che riflette le disuguaglianze del Paese.
Anche la differenza tra i tipi di scuola è evidente, con i licei in testa (507 punti) seguiti da istituti tecnici (478) e professionali (409). In questi ultimi, quasi uno studente su due non raggiunge la soglia minima di alfabetizzazione finanziaria.
A tutto questo si aggiunge un divario di genere tra i più ampi dell’area OCSE. In Italia i ragazzi superano le ragazze di 20 punti, a fronte di una media internazionale di 5. Le studentesse dichiarano minore sicurezza quando si parla di denaro e la scarsa fiducia sembra influenzare le loro performance.
I fattori che pesano: abilità di base, scuola, famiglia
Il 73% della variabilità dei risultati è spiegato dalle competenze in matematica e lettura, contro l’80% della media OCSE, a dimostrazione che le abilità cognitive di base sono fondamentali, ma che in Italia una fetta maggiore (il restante 27%) del risultato dipende da altri fattori. Certo, se le fondamenta sono deboli, la financial literacy non può che risentirne. Saper comprendere i testi, interpretare le richieste di un compito e leggere i numeri è essenziale per affrontare qualsiasi quesito economico.
Anche se non incide in maniera determinante, il contesto familiare può essere un fattore importante nella trasmissione di atteggiamenti e comportamenti finanziari che si tramutano, a loro volta, in competenze. Molti giovani italiani parlano di denaro in casa, soprattutto in termini pratici (spesa, risparmio). Meno frequenti sono le conversazioni su temi più complessi, come interessi, investimenti o rischi digitali.
La scuola ha faticato a integrare la financial literacy nei programmi, ma qualcosa sta cambiando, dopo l’approvazione del Disegno di Legge n. 674-B, nel 2024, che prevede l’integrazione dell’educazione finanziaria nei programmi scolastici.
La strada è lunga. Gli studenti italiani conoscono in media sei termini su 16 tra quelli proposti dall’indagine. Oltre due studenti su tre dichiarano di aver imparato a scuola e di sapere cosa significa il termine “stipendio”; più della metà “budget”, “imprenditore” e “prestito bancario”. Meno conosciuti concetti come “diversificazione”, “tasso di cambio”, “interesse composto” (neanche uno studente su 10).
Generazione attenta, ma non sempre consapevole?
Nonostante le lacune nelle competenze, molti adolescenti manifestano atteggiamenti responsabili verso il denaro: il 91% risparmia regolarmente, oltre il 70% confronta i prezzi, più del 50% aspetta gli sconti. Ma la modalità del risparmio rivela un limite: il 45% conserva i soldi solo in casa (contro il 27% della media), senza utilizzare strumenti bancari o digitali che potrebbero favorire una maggiore familiarità con i prodotti base della finanza.
È una generazione attenta, che osserva e risparmia, ma non conosce abbastanza. E il rischio è che questa attenzione non si traduca in autonomia. In un’epoca in cui la gestione del denaro è sempre più articolata, l’acquisizione di una cultura finanziaria fin da giovani diventa necessaria. Come ricorda l’OCSE, i cambiamenti demografici, l’evoluzione del mercato del lavoro e la crescente complessità del panorama finanziario richiedono conoscenze, abilità e atteggiamenti in grado di sostenere scelte consapevoli e appropriate per il proprio benessere, con ricadute positive anche sulla collettività. Offrire ai giovani queste competenze significa permettere loro di scegliere con più consapevolezza, evitare rischi e costruire il proprio futuro economico con maggiore autonomia. L’Italia può ancora recuperare terreno, a patto che scuola, istituzioni e famiglie riconoscano che l’alfabetizzazione finanziaria è un tassello fondamentale nella formazione dei cittadini di domani.