«Da founder non mi sono ancora pagata uno stipendio. Reinvesto tutto nella startup»

«Da founder non mi sono ancora pagata uno stipendio. Reinvesto tutto nella startup»

Nella vita bisogna avere un piano B: serve per guardare alle cose con realismo. Questo non significa però rinunciare a un sogno, a una vocazione, a una responsabilità che ci si sente addosso. Nicole Bonamici, classe 1996, ha alle spalle un percorso in cui non ci sono mai stati compromessi sull’obiettivo: fare startup, mettersi in proprio. Ma lo ha fatto senza mai concedersi periodi sabbatici. «Stare senza lavoro per me non è mai stata un’opzione. Ma mi sono licenziata più di una volta da un posto sicuro, a tempo indeterminato, per lavorare su qualcosa di mio». Un’aspirazione che, come ci ha confidato, è derivazione di famiglia. «Sono dieci anni che è venuto a mancare mio padre, avevo appena finito la Maturità. Lui era un imprenditore e dopo le superiori mi sono come sentita incaricata di proseguire quel percorso».

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Sogni e realismo

In questa nuova puntata della rubrica “Italiani dell’altro mondo” raccontiamo la storia di un’imprenditrice che da Dublino oggi collabora con team di ricerca e università per permettere ai talenti di accedere ai bandi europei, una selva burocratica in cui non sempre è facile orientarsi. «Non mi sono ancora pagata uno stipendio: tutto quel che guadagno lo reinvesto nella società». Si chiama Timbi e grazie al lavoro di consulenza e alla piattaforma non punta tanto a democratizzare l’accesso, bensì a favorire il tech transfer là dove può trasformare idee e progetti di laboratorio in potenziali aziende di successo nei rispettivi settori.

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Nata ad Assisi, Nicole Bonamici ha studiato economia e commercio a Perugia, per poi specializzarsi a Milano in Innovation and Technology Management alla Cattolica. Proprio nel periodo accademico è sbocciata la passione per le startup. «Grazie a un’idea di startup per posizionare powerbank nell’ateneo al servizio degli studenti ho vinto una borsa di studio per Stanford, dove ho dato due esami. Per me quell’esperienza è stata come un film». Dall’ateneo che inietta talenti e competenze nella Silicon Valley, è poi tornata in Italia.

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Lasciarsi ispirare

Nel primo anno di pandemia ha lavorato per un po’ di tempo in Talent Garden, nella parte di consulenza, per poi spostarsi in ambito corporate a IBM, sempre a Milano. Ma la voglia di lanciare un’iniziativa propria l’ha spinta al passo successivo. E così ha fondato TEDx Perugia, attività proseguita in parallelo per alcuni anni. «Abbiamo messo in piedi un team di under 30, tutti con origine umbra». Il format, noto in tutto il mondo, condensa in pochi minuti concetti e pensieri capaci di ispirare milioni di persone in presenza e online. 

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«David Bevilacqua, former Ceo di Cisco, è intervenuto a Perugia e dato che sapeva di questa mia voglia di fare impresa mi ha dato un suggerimento: per fare startup bisogna sapere vendere». Così le ha suggerito di candidarsi per CSAP, il Cisco Sales Associate Programme ad Amsterdam, iniziativa con la quale la tech company americana forma talenti da tutto il mondo, li assume e li fa lavorare sul campo. «Nel mondo corporate impari molto, ma io mi sono sempre sentita in gabbia». Nel frattempo il progetto con TEDx si è chiuso, lasciando libero uno spazio dentro cui Nicole ha investito altro tempo e molte energie.

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L’incursione nel gaming

«Sono un’appassionata di videogiochi, una vera nerd. Mi piace soprattutto la saga di Assassin’s Creed, così come i giochi di ruolo come The Witcher 3 e Baldur’s Gate 3. Mi piacevano così tanto i titoli ambientati nel passato che al liceo quasi non studiavo storia, perché approfondivo un sacco. A un certo punto mi è venuta in testa questa idea: sviluppare un titolo edtech per imparare nozioni di fisica, chimica e molto altro». Dall’ispirare le persone con gli speech all’intrattenerle con un pad alla mano il passaggio non è stato facile.

Nicole, che nel frattempo si era acquartierata a Dublino per lavorare all’University College Dublin, ha messo in piedi un team di 30 persone disposte a lavorare pro bono per il progetto gaming. «In Irlanda intanto mi occupavo di aiutare i ricercatori nel processo di tech transfer. Mi è servito per il lavoro che sto facendo in Timbi. Ma questa idea del videogioco mi ha spinto a tentare vari percorsi di accelerazione, come a Madrid dove siamo stati accelerati da Madrid in Game».

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Il progetto però – a metà tra intrattenimento ed edtech – non ha convinto gli investitori e la stessa estensione del team le ha suggerito, a posteriori, che non fosse il momento giusto data anche la crisi occupazionale che sta investendo da tempo il comparto gaming. A Dublino nel frattempo la sua agenda diventava sempre più fitta di nomi e contatti di investitori, business angel ed esperti del settore. 

Com’è fare startup in Irlanda?

«Da immigrata mi sono sentita subito a casa in Irlanda. Quando ho deciso di licenziarmi dall’università per lanciare Timbi lo Stato mi ha riconosciuto quasi un anno di stipendio. Rispetto all’Italia c’è un abisso: qui aiutano davvero chi è agli inizi». Con la sua startup, sbocciata nel pieno hype dell’AI, Nicole ha una visione netta in merito al trend dell’Intelligenza artificiale. «Mi sono accorta di non ritrovarmi in questo modo di intendere le startup: aziende che devono per forza bruciare per scalare e cercano costantemente round enormi quando poi l’impatto sociale che generano è inesistente. Non vengono raccontate le storie dei founder che costruiscono in silenzio». 

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In quasi un anno di attività il team ha seguito il processo di application di oltre 10 progetti a bandi europei, intrecciando rapporti con università italiane ed europee. «Noi puntiamo insieme al ricercatore sulla bontà del suo progetto e quando il bando viene accettato partecipiamo all’iniziativa. All’inizio tutto parte dalla fiducia. Non è un freddo SaaS». Tutto questo sta accadendo in Irlanda, casa di moltissime Big Tech americane che in questo Paese trovano un’ottima accoglienza anzitutto dal punto di vista fiscale. «Sono a 10 minuti a piedi da Google. Come realtà è molto simile all’Italia: si parla di business al pub o al ristorante. E poi l’ecosistema è piccolo: se entri nel giro hai i contatti che ti servono».