L’arte dell’azione imperfetta. Perché aspettare di essere pronti è il modo più elegante per non fare mai niente

L’arte dell’azione imperfetta. Perché aspettare di essere pronti è il modo più elegante per non fare mai niente

Ho pubblicato il mio primo libro a cinquantanove anni. Non perché prima non avessi niente da dire, ma perché aspettavo di essere pronta. Di sapere abbastanza. Di avere la struttura perfetta, il momento giusto, la certezza che quello che scrivevo valesse qualcosa. Cinquantanove anni di preparazione. Viene da ridere, a pensarci adesso.

cinotti mindful tech

Nel frattempo, il mondo andava avanti. Startup lanciate in garage con un’idea mezza cotta diventavano aziende miliardarie. Ventenni pubblicavano saggi imperfetti che cambiavano conversazioni. E io lucidavo frasi nella mia testa, aspettando un segnale che non sarebbe mai arrivato.

Il segnale non arriva mai. Questa è la verità scomoda che nessuno ti dice quando parli di eccellenza, di qualità, di “fare le cose bene”. L’attesa della perfezione è una forma socialmente accettabile di paura. E la paura, per quanto travestita da standard elevati, resta paura.

C’è un momento preciso in cui il corpo sa che è ora di agire. Non è un pensiero — è una sensazione. Un’irrequietezza sottile, un formicolio nelle mani, qualcosa che spinge. Il problema è che insieme a quella spinta arriva sempre un’altra voce, più forte: “Non ancora. Non sei pronta. Aspetta.” Quella voce ha un nome in psicologia: si chiama perfezionismo. Ma io preferisco chiamarla con il suo vero nome: terrore di essere vista mentre imparo.

Perché l’azione imperfetta ci espone. Mostra i nostri bordi grezzi, i punti dove non abbiamo ancora capito, le zone dove brancoliamo. E in un mondo che premia l’apparenza della competenza — i profili LinkedIn impeccabili, i pitch perfetti, le vite curate sui social — mostrarsi mentre si impara sembra un suicidio professionale. Eppure, è esattamente il contrario.

Il Venture Capitalist Reid Hoffman, co-founder di LinkedIn, ha detto una frase che gira molto negli ambienti startup: «Se non ti vergogni della prima versione del tuo prodotto, hai aspettato troppo a lanciare». La prima volta che l’ho letta mi ha infastidita. Mi sembrava un’apologia della sciatteria, un permesso di fare le cose male. Poi ho capito che non parlava di qualità. Parlava di tempo.

Il tempo che passi a perfezionare qualcosa nella tua testa è tempo in cui non ricevi feedback dal mondo reale. È tempo in cui le tue ipotesi restano ipotesi. È tempo in cui il tuo lavoro non tocca nessuno, non cambia niente, non esiste. L’azione imperfetta è l’unico modo per imparare quello che non puoi imparare da solo. Il mondo ti risponde solo se gli dai qualcosa a cui rispondere.

Nella pratica contemplativa c’è un concetto che mi ha sempre affascinato: shoshin, la mente del principiante. È quell’attitudine di apertura e curiosità che hai quando non sai ancora niente di un argomento. Nessuna pretesa di competenza, nessun bisogno di dimostrare. Solo presenza e disponibilità a imparare.

Il paradosso è che più diventiamo esperti, più perdiamo shoshin. Costruiamo un’identità attorno a quello che sappiamo, e quell’identità diventa una prigione. Non possiamo più permetterci di sbagliare, di non sapere, di fare qualcosa di imperfetto. Abbiamo una reputazione da proteggere. Ma la reputazione si costruisce su quello che hai fatto, non su quello che avresti potuto fare se solo fossi stato pronto.

Qualche mese fa ho lanciato un programma online su un tema che mi sta a cuore. Non era perfetto. La struttura era ancora approssimativa, alcuni contenuti li stavo sviluppando mentre andavo avanti, la tecnologia mi creava problemi che non sapevo risolvere. Ogni volta, prima di andare in diretta, sentivo lo stomaco chiudersi. Il respiro farsi corto. La vocina che diceva: “Avresti dovuto prepararlo meglio. Non sei all’altezza.”

E ogni volta, dopo la diretta, i messaggi dei partecipanti mi mostravano qualcosa che non avrei mai potuto vedere da sola: dove il programma funzionava davvero, dove invece perdeva energia, cosa mancava, cosa era di troppo. Se avessi aspettato di essere pronta, starei ancora aspettando. E quelle persone non avrebbero ricevuto niente. L’imperfezione non era un difetto del programma. Era il programma. Era quello che permetteva al lavoro di esistere nel mondo invece che solo nella mia testa.

C’è una differenza importante tra fare le cose male e fare le cose imperfette. Fare le cose male significa non curarsene, buttare fuori qualsiasi cosa senza attenzione né rispetto. Fare le cose imperfette significa dare il meglio che puoi dare adesso, sapendo che il tuo meglio di adesso non è il tuo meglio di sempre. L’azione imperfetta richiede più coraggio dell’azione perfetta. Perché nell’azione perfetta ti nascondi dietro al risultato. Nell’azione imperfetta sei esposto, visibile, vulnerabile.

E la vulnerabilità, come ci ricorda Brené Brown, non è debolezza. È la misura più accurata del coraggio. Nel mondo tech si parla molto di “minimum viable product” — la versione minima di un prodotto che può essere lanciata sul mercato. È un concetto nato per le startup, ma vale per qualsiasi cosa facciamo.

Qual è la versione minima della tua idea che può esistere nel mondo? Qual è il primo passo imperfetto che puoi fare oggi, non quando sarai pronto, non quando avrai capito tutto, ma adesso?

Il corpo lo sa già. Se ti fermi un momento e ascolti, sentirai quella spinta sottile. Quel formicolio che dice: è ora. La mente dirà di aspettare. Dirà che non è il momento, che serve più preparazione, che potresti fallire. Ma il fallimento non è il contrario del successo. Il contrario del successo è non provarci mai.

A sessantasei anni continuo a fare cose imperfette. Continuo a lanciare progetti che non sono pronti, a scrivere articoli che avrebbero potuto essere migliori, a espormi in modi che mi fanno ancora stringere lo stomaco. Non è diventato più facile. È solo che ho smesso di aspettare che diventasse facile.

L’arte dell’azione imperfetta non è una tecnica. È una pratica quotidiana di fiducia — fiducia nel processo, fiducia nel fatto che il mondo ti insegnerà quello che non puoi insegnarti da solo, fiducia nel fatto che il tuo contributo imperfetto vale più della tua perfezione mai nata. Cosa stai aspettando di essere pronta a fare? E se invece lo facessi adesso, così come sei?