Il bivio italiano: fare le formichine concentrate sul rapporto debito/PIL o sfoderare investimenti coraggiosi da cicale?

Il bivio italiano: fare le formichine concentrate sul rapporto debito/PIL o sfoderare investimenti coraggiosi da cicale?

Quali sfide attendono la società di domani? Quali sono i rischi e quali le possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico? Per la rubrica “Futuro da sfogliare” un estratto del libro Il futuro non aspetta di Stefano Caselli, edito da Egea.

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Al Meeting di Rimini del 2025 Mario Draghi ha parlato di un’Europa che evapora, e con essa anche i suoi talenti. Questo perché l’assetto dell’Europa post Brexit ripresenta uno schema già visto tante altre volte nella storia: l’asse franco-tedesco da un lato e la Gran Bretagna dall’altro, incapaci di trovare una convergenza comune. Francia, Germania e Gran Bretagna si sentono libere di definire proprie strategie di influenza, soprattutto economica e commerciale. L’attivismo economico francese verso il nostro Paese ne è un esempio, così come lo è quello della Germania sui paesi dell’Est europeo o della Gran Bretagna nei confronti della Spagna. Ma tutto è in evoluzione e la forza della ragione (che spingerebbe ad avere di nuovo la Gran Bretagna nell’Unione) fa fatica a farsi spazio.

L’Italia deve rapidamente trovare un ruolo e dimostrare, usando un’etichetta di moda, la propria capacità di impatto. Questo farebbe bene anche alla stessa Europa che ha bisogno di rivedere profondamente i propri schemi di gioco impliciti. L’Italia ha tutte le carte in regola per farlo, a partire dalla stabilità del governo, consapevole in modo più forte del proprio status di Paese fondatore, ma soprattutto capace di controllare i tanti fattori che hanno portato negli anni a un «Italy discount». Il ruolo in Europa non è certo dato dalla capacità di negoziare qualche centesimo in più di deficit; è collegato piuttosto a quali ragioni possano rendere il nostro un Paese centrale e attrattivo per l’Unione e nel contesto internazionale. Questo significa avere e dare sintonia alle grandi linee di azione politica, sia per amplificarle sia per trovare una collocazione esclusiva.

Qualsiasi ragionamento deve portare a generare sviluppo, non solo per rendere meno gravoso il debito ma anche per allargare il numero di cittadini che ne possono trarre un beneficio. Quali grandi elementi possono far parte di questa piattaforma? Tre quelli decisivi: il fare impresa, la cultura, il terzo settore. Scritti in altro modo, questi elementi stanno a significare la creazione di ricchezza, di innovazione e di impiego; la crescita del capitale umano nel lungo termine; e la capacità di coesione e di tenuta sociale.

Il fare impresa è l’elemento di competizione fra paesi che contano e viene giocato sempre di più come capacità di attrazione e ritenzione dell’attività imprenditoriale, domestica e internazionale, grazie in particolare alla leva fiscale e a quella amministrativa. La Gran Bretagna ha da tempo intrapreso questa strada, grazie a una tassazione sulle imprese significativamente contenuta, ma anche la Francia ha iniziato recentemente un percorso di revisione dell’elevata tassazione corporate; così come gli Stati Uniti che hanno ridotto con una terapia shock l’aliquota sulle imprese dal 39,2% al 21% già nel 2017 e hanno introdotto ulteriori facilitazioni con il Big Beautiful Bill di Trump del luglio 2025.

Il futuro non aspetta 1

Il messaggio lanciato da numerosi paesi è la rappresentazione del proprio sistema come luogo ottimo in cui sviluppare attività di impresa. Su questo punto è necessario che il nostro Paese effettui una scelta di campo definitiva, riconoscendo che l’impresa ha un valore centrale nella società e che deve essere agevolata non come forma di privilegio di alcuni ma come strumento a servizio del benessere di tutti. Può apparire paradossale, ma nel Paese delle filiere e dei distretti, delle piccole e medie imprese e del made in Italy, il fare impresa è considerato un tema da contrappore a qualcosa e non a servizio alla società. Con una tassazione e con vincoli amministrativi che ci mettono in fondo alle classifiche OCSE, rischiamo di emarginare e impoverire progressivamente il Paese.

Ma se le imprese rappresentano il motore di produzione di benessere già nell’immediato, la cultura rappresenta il motore di produzione del talento e del capitale umano nel lungo termine. La scuola, a partire dai suoi primi livelli, ne costituisce l’ossatura portante. E se il talento italiano si trova (o si è trovato) distribuito in tutto il mondo in posizioni di vertice manageriali, accademiche e imprenditoriali, ciò è avvenuto grazie al «made in Italy» delle scuole e della cultura nazionale. Ma le prospettive non sono certo rosee e, salvo improbabili ed estemporanee decisioni su come modificare l’esame di maturità degli ultimi governi, l’istruzione è chiaramente materia marginalizzata e priva di una sua dignità. Il che porta a emorragie di studenti verso altri paesi e altri sistemi educativi, anche meno robusti del nostro ma capaci di attrarre talenti e di proporre programmi di studio, a livello primario e secondario, più al passo con i tempi. Anche qui è necessaria una scelta di campo netta, che veda nella scuola un fattore di attrazione e ritenzione dei talenti.

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Stefano Caselli

Significa investire nelle strutture spesso fatiscenti (e qui, per una volta, ha veramente senso invocare CDP, visto che la scuola è l’infrastruttura di un Paese, per antonomasia), dare potere decisionale ai singoli istituti, dare trasparenza, visibilità e ricompensa al merito di un corpo docente che non può essere dimenticato. Cultura e impresa hanno però bisogno l’uno dell’altra. Perché fare impresa deve diventare un elemento educativo, nelle sue diverse sfumature: l’innovazione, il diritto, gli elementi di investimento, la tecnologia. Perché la scuola deve avere alcuni meccanismi di funzionamento che si avvicinino al modo di funzionare delle imprese: la misurazione dei risultati, la valutazione della performance, l’adeguamento ai bisogni del mercato, la remunera zione dei docenti e anche la dimensione. Quest’ultima, infatti, è rilevante per le imprese ma è altrettanto rilevante per le istituzioni formative, con le stesse università che dovrebbero ragionare di massa critica più elevata per essere visibili. Perché le imprese devono essere ben più proattive nello scegliere i talenti nelle università, con proposte che siano, anche se non fortemente remunerative, entusiasmanti.

Il terzo settore è invece la «mano invisibile» della coesione sociale italiana. Dobbiamo probabilmente ad esso il fatto che, rispetto ad altri paesi (la Francia su tutti), da noi la tensione sociale non sfocia in protesta e violenza. I cittadini italiani, per tradizione ora laica o semplicemente civica, ora cattolica, hanno una capacità – che pochi altri dimostrano – di muovere con forza solidarietà, assistenza e servizio. Senza questa rete sociale non sarebbe possibile raggiungere fasce di popolazione o offrire servizi che la macchina pubblica non è in grado di fornire. Come la scuola, il terzo settore non ha il fascino della comunicazione glamour e superficiale via Instagram e probabilmente sposta pochi consensi, ma rendere i numeri più visibili, fare del «made in Italy sociale» un esempio italiano nel mondo e promuovere gli interventi di venture philantropy permetterebbe di riconoscere e valorizzare questa mano invisibile.

Il desiderio è che il dibattito politico possa spostarsi su questi temi. E la provocazione è che la discussione sulle leggi di bilancio possa assumere nel tempo una fisionomia più vicina a quella di un business plan di un’azienda e, soprattutto, che si misuri l’impatto, inteso nel senso sociale più ampio, che scelte a favore delle imprese, della cultura e del terzo settore generano per il Paese.