La scommessa di Rara Factory: trovare alternative alle terre rare. «Ce l’avevo in testa da quando ero a Stanford»

La scommessa di Rara Factory: trovare alternative alle terre rare. «Ce l’avevo in testa da quando ero a Stanford»

«Ci pensavo giorno e notte quando ero a Stanford». Esordisce così Stefano Bonetti, co-founder di Rara Factory e professore di Fisica Sperimentale della Materia mentre racconta l’origine della sua realtà che ha recentemente completato un round di investimento da 3,2 milioni di euro. «L’idea è nata nel 2024 da una scoperta scientifica, io sono un fisico dei materiali», e poi ha preso forma nel 2024, quando Stefano assieme a Michele Bugliesi, Guido Caldarelli e Stefano Micelli hanno messo le basi per quella che sarebbe diventata Rara Factory, startup che integra l’intelligenza artificiale con la fisica sperimentale dei materiali alla ricerca di materiali alternativi alle terre rare. Quattro professori, un’idea diventata impresa, una piattaforma proprietaria e il gioco è fatto. «Ma ora viene il bello», afferma il founder.

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Stefano Bonetti, co-founder di Rara Factory

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Stefano, raccontaci meglio come è arrivata l’intuizione..
L’idea è nata da una scoperta scientifica, io sono, appunto, fisico dei materiali, e avevo capito che un’alternativa alle terre rare sarebbe stata possibile. Io e i miei colleghi allora non ne sapevamo molto di reti e materiali ma sentivo come un tarlo nella mia testa che mi diceva di andare avanti. Di certo, non avrei mai immaginato che quella “vocina” mi avrebbe cambiato così tanto la vita.

E poi che cosa è successo?
Dopo che ho fatto la scoperta, che è diventata parte del brevetto, e ho visto che la tecnica che avevo messo a punto permetteva di trovare materiale in modo veloce, abbiamo sviluppato la parte software. Già un anno fa stavamo per chiudere un round ma poi sono successi una serie di avvenimenti e abbiamo lasciato stare. Sono, però, contento alla fine che sia andata come è andata: allora non eravamo pronti a livello commerciale come lo siamo adesso, e il cuore delle cose non è comunque cambiato. Ora i clienti stanno arrivando.

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Nei laboratori di Rara Factory

E quale è stata, secondo te, la chiave di volta?
Sicuramente, aver dato al progetto concretezza e fattibilità è stato utile e per noi è stato un esercizio di cui avevamo bisogno. Siamo nati come spin-off dell’Università Cà Foscari come realtà deeptech e la nostra “fortuna”- se così vogliamo definirla – credo che si sia concretizzata nel fatto di poter ragionare a stretto contatto con laureati e dottorati di Stanford, dove sono stato per un periodo. In questo modo siamo riusciti a mettere assieme più discipline: l’elettronica, la fisica, l’informatica, ponendoci come impresa interessata al settore pubblico ma anche a quello privato.

E all’Università che cosa è cambiato dopo questa esperienza?
Ora ai nostri studenti insegniamo come diventare imprenditori e li istruiamo attraverso dei corsi che abbiamo lanciato e che, almeno per ora, stanno andando bene. Noi ci crediamo tanto nell’importanza della formazione, per questo siamo alla ricerca di gente giovane e in gamba a cui vogliamo dare una possibilità. In Veneto ci sono tanti laureati ma anche tanti che espatriano. Noi li invitiamo a restare ma essere, comunque, soddisfatti e contenti di quello che fanno.

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?
Siamo partiti in 4 e ora siamo in 10, vogliamo crescere sempre di più, aumentare la produttività dei nostri materiali – e questo sarà possibile grazie al round che abbiamo appena concluso – e lanciare un nuovo finanziamento. Ora abbiamo tutto quello che ci serve e abbiamo messo su un sistema anche grazie all’AI che è molto efficiente. A volte penso che sono così soddisfatto che l’unica cosa che mi manca davvero è un robot maggiordomo!

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I founders di Rara Factory

Come impiegherete più nel dettaglio l’investimento che avete appena concluso?
Anzitutto questo finanziamento ci serve soprattutto per la capacità produttiva. Ora, con questo round, staremo bene per due anni, poi dipenderà molto da come andrà il prossimo finanziamento e dai traguardi che in questo lasso di tempo riusciremo a raggiungere.

A che tipo di mercati state guardando?
Sicuramente ci muoviamo nell’internazionale, verso differenti settori e prodotti. La nostra idea è quella di trovare magneti alternativi che possono, appunto, soddisfare esigenze che coprono più settori differenti come quelli in particolare dell’automotive, dell’energia, dell’aerospazio. Stiamo parlando di un mercato che nel 2025 valeva 70 miliardi e in cui l’automotive rappresenta una grande fetta. Poi c’è l’idea di andare nel mondo della microelettronica, in USA e in Giappone. In Italia siamo molto spinti sull’automotive che non inquina e stiamo studiando come far diventare realtà questa nostra idea.