Sembra incredibile, dato che eventi meteo estremi come il ciclone Harry (anche oggi allerta arancione per il maltempo in Lazio, Molise e Sardegna; gialla in altre 8 regioni: Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria e Veneto) e la frana che sta velocemente inghiottendo il paesino siciliano di Niscemi dovrebbero porre il tema in cima all’agenda della politica e del mondo imprenditoriale, eppure le startup Climate Tech del Vecchio continente faticano a decollare.
Che fatica essere una Climate Tech in Europa
Lo riporta un interessante approfondimento appena pubblicato su TechFundingNews.com secondo cui in Europa il valore medio di un investimento di Serie B si attesta a 35,2 milioni di dollari, ben il 20% in meno rispetto alla media statunitense di 45,5 milioni di dollari. Si tratta di un divario di 13,5 miliardi di dollari solo all’interno dei finanziamenti di Serie B. Per colmarlo, si legge, l’Europa deve reperire ulteriori 2,4 miliardi di dollari di capitale di crescita ogni anno.
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Ma le brutte notizie non sono finite: solo il 15% delle startup europee di tecnologia climatica è passato dalla fase Seed alla fase Series B tra il 2020 e il 2024. Negli Stati Uniti, la percentuale è del 25%. “Anche dopo aver investito 23 miliardi di euro in investimenti in fase iniziale – sentenzia l’autore del report -, la maggior parte delle startup europee è ancora bloccata sul precipizio della crescita”. La difficoltà maggiore si riscontra nei settori della tecnologia industriale, delle nuove energie e della tecnologia alimentare, dove i grandi round di equity sono indispensabili per il lancio commerciale.
Colpa «Del numero limitato di fondi che possono guidare un round di questo tipo», ovvero tra i 30 e i 50 milioni, afferma a TFN Christian Hernandez , co-fondatore e partner di 2150 , una società di venture capital che investe in aziende tecnologiche che stanno ridefinendo città e settori industriali. Sulla medesima lunghezza d’onda Andrew Symes, co-fondatore e CEO di OXCCU, uno spin-out dell’Università di Oxford che sviluppa tecnologie catalitiche che convertono la CO2 in combustibili e prodotti chimici immediati: «L’Europa ha fatto un buon lavoro nel diffondere l’innovazione in fase iniziale, ma molte aziende si scontrano poi con un ostacolo proprio nel momento in cui devono passare dalla fase di dimostrazione a quella commerciale, unica nel suo genere. È esattamente a questo punto che il rischio percepito aumenta e i finanziamenti europei si assottigliano».