«Quando sono stato a Nuuk a settembre dell’anno scorso erano consapevoli di essere sotto osservazione. È una mia impressione, ma non mi pare vedessero così tanto male questo interesse da parte degli Stati Uniti. Le persone con cui abbiamo avuto a che fare durante la missione erano interne ai ministeri». Uno degli argomenti che sta interessando da settimane la politica estera riguarda il presente e il futuro della Groenlandia, dove il professore Massimo Santarelli del Politecnico di Torino è stato lo scorso anno come parte di una delegazione composta da accademici e ricercatori. Abbiamo a mente le parole del primo ministro dell’isola, Jens-Frederik Nielsen, che ha criticato i piani di Trump per controllare l’isola. Abbiamo poi visto le immagini dei manifestanti che protestavano contro Washington, tuonando che la Groenlandia non è in vendita. «Non parlerei di fascinazione per gli Stati Uniti. Ma è un popolo molto pragmatico».

Groenlandia, cronache dall’isola
Abbiamo intervistato Massimo Santarelli, docente di fisica tecnica industriale a Torino, per conoscere le potenzialità economiche dell’isola, con particolare attenzione alle risorse che le sue immense parti ghiacciate custodiscono. Ma dal momento che è stato a Nuuk gli abbiamo prima chiesto una testimonianza per capire di che tipo di Paese stiamo parlando. «La situazione è claustrofobica, ci si può spostare o in slitta o in barca. Non è possibile uscire dalla città. La comunità è davvero minuscola». E per quanto riguarda il mondo accademico? «L’università è piccola, legata soprattutto alle materie umanistiche. Nei ministri e da parte dell’industria ho riscontrato però interesse rispetto alla potenzialità energetica dell’isola. Sarebbe possibile produrre combustibili sostenibili a prezzi inferiori a quelli europei».

Le scelte di Trump in politica estera possono avere più obiettivi. In Venezuela, come abbiamo evidenziato in un’intervista, l’obiettivo dell’operazione per rapire Maduro non era tanto il petrolio, quanto il controllo di un Paese strategico del sud America. Per quanto riguarda la Groenlandia è vero che il Paese è una potenziale miniera di terre rare, in buona parte ancora da scoprire. Ma è nello scacchiere complessivo dell’Artico che gli esperti stanno inquadrando le ambizioni degli Stati Uniti, decisi a realizzare una fortezza a protezione del proprio emisfero.

Perché Trump vuole la Groenlandia?
«È evidente – ha spiegato Santarelli – che il grosso interesse verso la Groenlandia deriva dal suo posizionamento sulla scacchiera. La zona artica è destinata a cambiare, diventerà una rotta commerciale importante. Materie prime e disponibilità energetica sono rilevanti, ma mai come le vie di comunicazione». Una cartina geografica può facilmente mostrare che la Russia gode del maggiore affaccio costiero sull’Artico. Per di più Mosca è dotata di una flotta senza eguali di navi rompighiaggio (quasi 50) a dispetto di Washington che ne ha appena un paio.

Ma ci sono altre potenzialità dell’isola dal punto di vista energetico? «Penso all’energia idroelettrica. In potenza ci sarebbe grande possibilità di produrne a basso costo ma con impatti sull’ambiente. Non è poi ancora chiaro, stando ai carotaggi, di quante terre rare stiamo parlando».

L’obiettivo della missione a cui Santarelli ha partecipato era ibrido, tra politica e ricerca. «C’è una grande tradizione italiana sull’Artico, ma riguarda di più la Norvegia e le isole Svalbard». Difficile capire cosa potrà succedere in Groenlandia, specie con un presidente abituato a mosse repentine. Non ha escluso l’opzione militare, fino a qualche giorno fa minacciava di imporre dazi alle capitali europee che si sono opposte al suo disegno; alcuni pensano che sia un modo per fare pressione e chiudere la faccenda con l’acquisto dell’isola, dove peraltro è già attiva una presenza militare americana; e intanto l’Europa si stringe attorno alla Danimarca senza avere però un chiaro piano per reagire a questa conclamata crisi nel rapporto tra (ex?) alleati.

Lo scioglimento dei ghiacci provocato dai cambiamenti climatici sta aprendo enormi possibilità economiche e commerciali nell’Artico. Non importa che lo stesso Trump abbia sempre definito il climate change come un insieme di fake news e truffe. Da un anno a questa parte il presidente USA ha anche avviato un giro di vite nelle università, penalizzando certe aree di ricerca proprio perché a lui invise. «Hanno tagliato intere linee di ricerca. Non ci sono più i fondi. Significa che le persone hanno perso il lavoro. Questa è un’opportunità senz’altro per l’Europa per attirare talenti. Ma occorre essere realisti: il sistema americano è troppo più potente in termini di ricerca».