Le parole diventano violenza: il cyberbullismo attraversa le generazioni

Le parole diventano violenza: il cyberbullismo attraversa le generazioni

Per un cortocircuito del pensiero, diciamo bullismo e pensiamo d’istinto alla scuola media, alla crudeltà immatura dei ragazzini, ai dispetti ripetuti dello spaccone sul timido della classe. Oggi, 7 febbraio, giornata del bullismo e del cyberbullismo, le scuole riflettono su come affrontare quei comportamenti che molestano, ridicolizzano, ghettizzano, umiliano, calunniano e che hanno conseguenze spesso devastanti per chi li subisce, specie se giovani. 

Ma il bullismo è infiltrato anche tra le persone più adulte, e più di quanto si dica: la vittima non ne parla, non ne parla chi aggredisce, non ne parla chi è testimone. Il bullismo che usa le parole per far male approfitta di una posizione di potere – l’anonimato- per prendere di mira, su chat e social network, chi in quel momento non può difendersi: colpisce in maniera intenzionale soprattutto l’aspetto fisico, le opinioni politiche, l’orientamento religioso, l’appartenenza etnica, l’identità sessuale. Le statistiche dicono che il bersaglio preferito sono le donne, peggio ancora se famose. 

Di sicuro il bullismo spinto dalle parole è il nostro segreto meglio custodito.Solo che, da adulti, chiamiamo questa esibizione di forza con nomi più digeribili: polemica, diritto d’opinione, legittima difesa. E così, abbiamo finito per normalizzare umiliazioni, giudizi tossici, parole feroci, derisioni e intimidazioni: l’impensabile viene ormai detto, l’indicibile viene scritto. La psicologia e la sociologia studiano da tempo le ragioni profonde per cui persone adulte si comportano on line come fuori da lì non si sognerebbero mai di fare, sì, persino trasformandosi in bulli seriali. 

Di fondo, è il fatto che non siamo visti, ovvero non siamo chiamati a essere responsabili nell’immediato delle parole che spendiamo, a renderci così disinibiti. Ed è il fatto che non vediamo il corpo dell’altro o dell’altra ad accelerare le peggiori reazioni. Leggi: senza il contatto visivo il corpo altrui non esiste; se non è lì davanti a noi, non ne cogliamo l’umiliazione, il pianto, il dolore che sta soffrendo, ovvero quei segnali di vulnerabilità che generalmente pongono i limiti, fanno scattare la vergogna, la paura, il senso di colpa in chi quel dolore lo infligge. 

L’empatia, senza un corpo su cui riflettersi, non è scontato che si generi. E la rete è, giusto appunto, incorporea: in rete gli individui sono account, profili, icone, dunque creature astratte, piatte, senza peso, e senza dolore. E allora, si può infliggere sofferenza senza sentire che la sofferenza esista per davvero e senza avvertire quanto sia invece tangibile, devastante, permanente il danno che si causa: il bullismo digitale distrugge la reputazione e le relazioni, fa ammalare, fa perdere il lavoro, fa rinunciare alla vita.

In questi giorni, al cinema, il bellissimo La Grazia, di Paolo Sorrentino, racconta i tormenti di un uomo di potere che sente tutto il peso della responsabilità di prendere, in solitudine, una decisione che riguarda un altro essere umano. Il film dice che l’umano non è nella certezza del giudizio, ma nel dubbio, in quella zona di chiaroscuro dove ci si chiede: “Chi ho davanti davvero?”. E dove ci si interroga per capire quanto si è pronti ad assumersi la responsabilità di quel giudizio. Ma se in rete l’umano manca di spessore, non resta niente da proteggere: dentro la rete vincono le risposte istantanee, gli automatismi, gli impulsi, che bruciano la qualità del tempo, del pensiero, della concentrazione e, dunque, anche quel dubbio e quella responsabilità. Così, si resta ad affrontarsi a muso duro mentre, fuori, restano le conseguenze delle parole che si sono inflitte a persone vere, illudendosi che fossero avatar.