Perché Trump vuole la Groenlandia? «L’Artico è ricco di idrocarburi e terre rare. Ma le rotte commerciali faranno la differenza»

Perché Trump vuole la Groenlandia? «L’Artico è ricco di idrocarburi e terre rare. Ma le rotte commerciali faranno la differenza»

«Oltre alla Groenlandia, nell’Artico pure le Isole Svalbard in futuro potrebbero diventare terreno di scontro tra potenze. Il ventre molle della NATO. Pur essendo parte della Norvegia, nella zona la presenza russa è forte. E c’è un dettaglio curioso su cui riflettere: le Svalbard ospitano un caveau che conserva i sementi di larga parte delle specie vegetali sulla Terra. Fu scelto quel posto nel Novecento proprio perché in caso di catastrofe ci si immaginava quella zona come lontana dai conflitti». Dopo aver discusso di Venezuela e Groenlandia, ritorniamo nell’Artico per analizzare con Federico Bertasi, analista geopolitico e coordinatore editoriale della Rivista DOMINO, alcune questioni di una parte di mondo sempre più calda.

Da tempo conosciamo le mire americane (di Trump in particolare) sulla Groenlandia, un’isola enorme su cui già Washington da decenni vanta una presenza militare. In questa intervista abbiamo però guardato all’intero scenario artico per conoscere gli attori in campo, le risorse in gioco e i cambiamenti potenzialmente rivoluzionari nel caso dovessero aprirsi nuove rotte commerciali con lo scioglimento dei ghiacci. «In questo momento storico è una regione strumentale, utile nella competizione globale. Ma non credo che per il momento sia determinate come contesto nello scontro tra USA e Cina».

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Federico Bertasi, analista geopolitico e coordinatore editoriale della Rivista DOMINO

Trump è impazzito?

Da poco più di un anno Donald Trump ci ha abituato a un approccio muscolare e ostentato di fare politica estera. Il caso emblematico è stato il rapimento di Maduro in gennaio, ma sarebbe miope pensare che Washington abbia sconvolto il proprio modo di operare in giro per il mondo. «Il cambiamento c’è stato nella retorica – ha premesso Bertasi – perché non si era mai verificata una tale rabbia nei confronti di rivali così come degli alleati. Dal punto di vista delle azioni non c’è però discontinuità o rottura degli equilibri».

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Foto di Massimo Santarelli

Quando Trump fa la voce grossa sulla Groenlandia e non esclude l’intervento militare fa perlopiù propaganda e non bisogna dimenticare che tra Ottocento e Novecento diverse volte gli USA hanno tentato di acquisire l’isola. «Non si vedono al momento navi e imbarcazioni russe o cinesi capaci di minacciare la Groenlandia. Ma Mosca e Pechino da oltre un decennio sono molto più presenti nell’Artico. Un domani, questo è il timore degli americani, potrebbero insidiare il continente americano proprio partendo dalla Groenlandia».

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Foto di Massimo Santarelli

L’Artico sullo scacchiere

Ma concentriamoci appunto sull’Artico. Che cosa c’è di interessante per le grandi potenze in un’area così periferica del mondo? C’entrano le terre rare? «Non è l’interesse principale, ma è un fattore. L’elemento più importante è la posizione geografica. Sono aree ricche di idrocarburi, così come di materie prime critiche». Come abbiamo riepilogato sul magazine, c’è un vantaggio evidente della Russia nella regione: il numero di navi rompighiaccio, più di 40 contro le appena due statunitensi.

Bertasi

«Tenderei comunque a non sopravvalutare il ruolo delle rompighiaggio: alla Russia sono servite finora per pattugliare le coste, mentre gli Stati Uniti hanno preferito attendere dal momento che la zona è completamente ghiacciata. Tutto dipende dall’evoluzione delle rotte con lo scioglimento dei ghiacci. Non dimentichiamo che gli Stati Uniti sono presenti in tutto il mondo, dal Venezuela a Taiwan, fino al Medio Oriente. Con risorse limitate non si possono sprecare fondi per un terreno ancora freddo».

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Il presidente USA Donald Trump

Da settimane si parla poi delle nuove rotte commerciali che stanno emergendo nell’Artico. Ma questo scenario ha elementi di imprevedibilità, al netto delle opportunità per un attore in particolare, la Cina. «Pechino potrebbe accorciare i tempi di navigazione in direzione dell’Europa e sarebbe meno strozzata dal contenimento americano. Ma nell’Artico non c’è solo il ghiaccio come problema: le correnti rendono complesso il transito delle imbarcazioni». In un periodo storico contraddistinto da incertezze e dai dazi la mappa dei commerci potrebbe allargarsi in prospettiva.

disoccupazione

L’Italia e l’Artico

Trattandosi di politica estera, siamo abituati a un ruolo marginale dell’Italia. Vale anche nell’Artico? «Siamo un Paese membro del Consiglio Artico, ci siamo in quel contesto e non è banale. Ma la gestione dell’Artico è comunque affidata alle grandi potenze». C’è infine un ultimo tema, che riguarda sempre le risorse, ma che al momento non sembra interessare: in futuro i conflitti potrebbero giocarsi anche sul controllo dell’acqua. L’Artico, con le sue riserve, è prezioso anche da questo punto di vista?

«Ha risorse di acqua dolce e sarebbe centrale in uno scenario simile. Gli USA a medio lungo termine potrebbe tra l’altro soffrire di una crisi idrica, ma il problema di un eventuale trasporto è molto complesso. Ricordo che i Paesi del Golfo più di una volta hanno pensato di trasportare iceberg. Ma la sfida tecnologica è enorme». Di più facile soluzione sembra invece il caso della Groenlandia: «Le sortite di Trump sono piuttosto serie. Quando invece parla di annettere pure il Canada come 51esimo Stato mi sembra che emerga la rabbia verso gli alleati».