Torino è la nuova Space Valley. Giuseppe Santangelo (Space Industries): «Dopo gli USA ho scelto l’Italia. Presto data center nello spazio»

Torino è la nuova Space Valley. Giuseppe Santangelo (Space Industries): «Dopo gli USA ho scelto l’Italia. Presto data center nello spazio»

«Mi sono sempre interrogato: quali sono le sorgenti di intuizione e di pensiero che portano le persone verso lo spazio? L’interesse, così credo, è di andare oltre la nostra natura. L’essere umano non si rassegna». Lo spazio, Giuseppe Santangelo, lo ha inteso come una passione fin da piccolo. Oggi, dopo aver vissuto a lungo negli Stati Uniti, in Michigan, è Ceo di Space Industries, azienda che a Torino vuole serializzare la produzione di satelliti in un unico sito. Da diversi decenni lo spazio si è aperto ai privati. «Data center nello spazio? In futuro me li aspetto. Aumenterà senz’altro l’infrastruttura in orbita bassa, media e geostazionaria». Con la richiesta di energia crescente dovuta all’AI scenari simili potrebbero concretizzarsi sopra le nostre teste.

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Quando lo spazio era solo “pubblico”

In questa nuova puntata della rubrica “Italiani dell’altro mondo” seguiamo un imprenditore che si è fatto le ossa negli Stati Uniti, entrando in contatto con filiere che sempre di più sono connesse con la space economy. Nato a Siracusa nel 1970, Giuseppe Santangelo si è formato tra Catania e Roma in ingegneria meccanica e ingegneria aerospaziale. 

Da diverso tempo c’è una rincorsa allo spazio, grazie anche all’attivismo di privati che hanno costretto i giganti del settore e le agenzie pubbliche come la NASA ad aprirsi al cambiamento. Santangelo ha conosciuto quell’ambiente più istituzionale, in un’altra epoca. «Nel 1999 sono stato assunto da Thales Alenia come analista CFD. Lavoravo su satelliti scientifici, ero attivo su più fronti, ma vedevo che mancava una ricaduta commerciale. Mi occupavo di iniziative che avrebbero visto luce anni e anni dopo».

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Giuseppe Santangelo, Ceo di Space Industries

Era un periodo embrionale se si pensa che SpaceX muoveva i primi passi proprio a inizio millennio, tra numerose incertezze. «Dopo quell’esperienza – ha spiegato Santangelo – mi sono spostato nel business development, in Francia. Sono stato poi amministratore delegato di Teoresi, società in ambito ingegneristico con applicazioni anche nel settore spaziale». La società è cresciuta da una ventina di persone a oltre cento e a un certo punto l’ad ha deciso di aprire una filiale negli Stati Uniti.

Un altro mondo

«Erano gli anni della fusione Chrysler – FIAT e da fornitore del comparto automotive sono andato. E ci sono rimasto». A Detroit, capitale dell’auto, con la moglie ha dato via a un’altra società che ha poi trovato sbocco nel mercato dei droni.

Skypersonic nasceva per realizzare mezzi capaci di trasportare le persone da New York a Roma in un’ora. «Tutto è poi declinato nel settore droni. UAV per operare in spazi ostili, dalle fognature agli ambienti radioattivi o bassa atmosfera. Sono stati anni in cui abbiamo masticato vetro guardando l’abisso», ci ha raccontato parafrasando una delle citazioni più note di Elon Musk quando parla di cosa significa fare startup e innovazione dal suo punto di vista.

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Negli anni del Covid le cose sono cambiate, costringendo la società a evolvere lato software. «Eravamo riusciti a ottenere un ordine da un’azienda del Middle East, ma non potevamo muoverci. Serviva fare training a distanza e abbiamo così sviluppato un sistema per controllare il drone a distanze oceaniche a bassa latenza. È stata la chiave di volta. Abbiamo poi concluso un contratto con la NASA fornendo droni per simulare missioni marziane». 

L’IPO e poi il ritorno in Italia

In seguito è arrivata la quotazione con un’altra società, con IPO da 75 milioni di dollari per Red Cat Holdings. «Alla fine sono venuto in Europa e, dopo un’esperienza come Managing Director per Tyvak International, ho fondato Space Industries, insieme a Comat Spa. Il paradigma è la serializzazione dei satelliti: all’interno della stessa fabbrica ricreiamo il ciclo del satellite. Il nostro obiettivo è ridurre il tempo di consegna a 100 giorni. Tutte le facility devono stare nella stessa fabbrica. Noi studiamo il design insieme al cliente, affinché sia pensato per la produzione in scala. È un cambio di paradigma. La domanda non è più se la fabbrica è adatta a realizzare il satellite, ma se il satellite è adatto ad essere prodotto in scala nella fabbrica». 

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Tutto questo, come si è detto, a Torino, ex capitale dell’auto che da tempo sta puntando su altri fronti. «Il terreno qui è fertilissimo. È una città davvero internazionale. Qui è nato il cuore industriale del Paese, dallo spazio all’automotive, passando per le telecomunicazioni». Una città europea, come sempre di più gli hub vanno intesi per rimanere competitivi. «L’Europa ha grandi opportunità. Abbiamo fondi, ma ci mancano i lanciatori, l’accesso allo spazio». Musk è riuscito nell’impresa e ancora oggi è un punto di riferimento per chi vuole innovare nel settore.

«Ha bruciato una marea di soldi per dimostrare che era fattibile. Nel momento in cui è riuscito a fare rientrare il Falcon si è aperto il mercato. Da 100mila dollari a chilogrammo si è scesi a meno di 10mila dollari per il trasporto. Oggi la sfida si è spostata sul manufacturing. Per questo, in Space Industries, stiamo assumendo talenti. Abbiamo decine di posizioni aperte, in particolare per l’ingegneria, sistemisti ed esperti di produzione seriale».