Carlotta Ventura (A2A): «La sfida per le aziende nei prossimi anni? Trasformare l’impatto sociale in leve di sviluppo»

Carlotta Ventura (A2A): «La sfida per le aziende nei prossimi anni? Trasformare l’impatto sociale in leve di sviluppo»

Un passato in General Motors Italia, Opel Italia e poi in Ford. Ma Carlotta Ventura ha lavorato anche in Telecom Italia, dove ha ricoperto vari incarichi, fino al ruolo di executive vice president – brand strategy and media. Dal 2016 al 2018 è stata direttore centrale Brand Strategy e comunicazione di Ferrovie dello Stato fino ad assumere, nel 2019, l’incarico di direttore del Centro Studi Americani e Brand, Marketing and Communications Director for Med Region di EY. Nel suo percorso professionale si è occupata di comunicazione, business, sostenibilità e responsabilità sociale mentre a guidare il suo lavoro sono state sempre l’innovazione, la ricerca e le startup.  Oggi Carlotta Ventura è presidente di Amsa e Chief Communication Officer di A2A oltre a insegnare alla LUISS Business School e alla Pontificia Università Gregoriana. Ma il suo obiettivo è anche quello di promuovere programmi e iniziative incentrati sulla diversity e l’inclusione. La sua storia nella nuova puntata di Unstoppable Women.

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Carlotta Ventura

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Nel suo background c’è una consolidata esperienza nei settori automotive, telecomunicazioni, digitale, mobilità, energia, advisory. E durante il suo percorso lavorativo ha cambiato molti ruoli e settori: da General Motors a Telecom fino ad A2A, quali sono, secondo lei, le skills che le hanno permesso di riuscire a coordinarsi tra ruoli e settori così diversi?
Credo che la competenza tecnica, da sola, non sia sufficiente. È importante sviluppare anche una capacità di lettura dei contesti, di comprensione delle dinamiche organizzative e di sintesi tra opportunità e rischi. La curiosità è un’altra leva fondamentale: cambiare ruolo o settore implica accettare di non sapere tutto, per cui bisogna riuscire ad apprendere dagli altri, a tutti i livelli, e mettersi in discussione. Per essere competitivi non è più sufficiente avere delle conoscenze verticali ma occorrono profili versatili, soprattutto quando si tratta di comunicazione. 

Dopo la laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università La Sapienza, ha coltivato negli anni la sua passione per l’archeologia e le lingue classiche coniugandole a un costante approfondimento dei temi di economia e geopolitica. Insomma, l’interdisciplinarietà, secondo lei, in che modo può davvero fare la differenza nel lavoro?
Aiuta a evitare letture semplificate della realtà e a prendere decisioni più consapevoli, tenendo insieme numeri, persone e contesti. Lo vedo nel concreto in A2A, nel mio team, in cui confluiscono “anime” differenti. Mi riferisco alla sostenibilità, pilastro strategico del piano industriale, ai regional affairs che permettono di costruire solide relazioni a livello territoriale, all’area comunicazione che lavora su brand e advertising, così come alle media relations per un racconto di tutte le iniziative sui diversi canali, dalla stampa al mondo web e social. Un esempio di questo approccio sistemico è quello dei Forum Multistakeholder di A2A: un programma di ascolto e confronto con le istituzioni locali e il territorio che permette di cogliere le istanze delle comunità, favorisce il dibattito e crea valore condiviso. 

Il futuro della comunicazione 2

Da donna, nella sua carriera, ha mai accusato episodi di gender gap? Se si, di che tipo?
Più che il gender gap in senso stretto, la difficoltà maggiore è stata spesso legata alle differenze culturali e professionali: lavorare con tecnici, economisti e ingegneri significa spesso dover “tradurre” il proprio punto di vista, rendendolo comprensibile e credibile a mondi diversi. È una sfida che richiede energia, ma che alla lunga può diventare un vantaggio nel prendere decisioni ancora più consapevoli.

Da docente ma anche nel sociale segue attivamente programmi e iniziative volti alla promozione della diversity e dell’inclusione, in particolare di che cosa si occupa?
Un progetto a cui tengo molto è quello di formazione e inclusione di Caivano, da cui è nato un modello di crescita partecipata e condivisa, promossa insieme alle Istituzioni locali, che ha già offerto opportunità di lavoro ai giovani del territorio. Nella sola prima fase del progetto più di 50 persone che erano fuori dal mondo dell’istruzione hanno preso parte ai corsi promossi dal Gruppo e quasi il 65% della classe ha iniziato a lavorare. Un’altra iniziativa riguarda il carcere milanese di Bollate e il coinvolgimento dei detenuti: dal 2018, all’interno della struttura, opera LaboRAEE – società di AMSA – per la gestione di un impianto di trattamento dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche e dal 2024 è stata sviluppata una linea robotica per la valorizzazione delle materie prime critiche. Con questi interventi stiamo contribuendo a favorire il reinserimento nel mercato del lavoro delle persone impiegate attraverso l’acquisizione di nuove competenze professionali valide e richieste. Crediamo fortemente che la sfida per le aziende nei prossimi anni sia proprio quella di riuscire a trasformare l’impatto sociale delle attività in leve strutturali di sviluppo, con una visione di lungo periodo, in grado di orientare strategie e decisioni. 

Recentemente si è focalizzata sul business e la leadership – dal design thinking, alla negoziazione, dall’ingegneria finanziaria al crisis management – dal suo punto di vista, che cosa dovrebbe cambiare nel nostro Paese affinché si possa davvero parlare di parità di genere ed empowerment al femminile?
Serve un cambiamento culturale e strutturale, che parta dai fatti più che dalle dichiarazioni. L’educazione è centrale, fin dalle scuole primarie, per superare stereotipi che influenzano le scelte formative e professionali. Allo stesso tempo, nei contesti lavorativi credo sia importante riconoscere nella flessibilità e il welfare fattori di competitività. Infine, è necessario misurare e rendere trasparenti i risultati: retribuzioni, accesso ai ruoli decisionali, percorsi di carriera. Senza dati e obiettivi concreti, la parità resta un principio astratto.

carlotta ventura

Quali sono adesso i suoi “sogni nel cassetto” – sia personali che professionali, se coincidono?
Un progetto professionale e personale che sto coltivando da un po’ di tempo riguarda proprio la comunicazione del futuro. L’idea nasce da una sfida lanciata dall’amministratore delegato di A2A, Renato Mazzoncini: se possiamo pianificare un piano industriale a dieci anni, perché non farlo con un piano di comunicazione? Insieme al prof. di Economia e Gestione delle Imprese alla Sapienza, Mattiacci, abbiamo così realizzato un progetto che unisce ricerca ed esperienza: uno steering committee multidisciplinare di studiosi e un gruppo di 25 giovani professionisti under 30 si sono confrontati per realizzare un piano di comunicazione al 2035, anticipando i cambiamenti futuri. Uno strumento necessario se pensiamo ai nuovi linguaggi e canali d’informazione che noi comunicatori dobbiamo adottare per ridurre la sempre maggiore distanza tra chi comunica e chi riceve il messaggio.