Quali sfide attendono la società di domani? Quali sono i rischi e quali le possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico? Per la rubrica “Futuro da sfogliare” un estratto del libro La partita del potere di Moris Gasparri, edito da Egea
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La profondità del piano strategico sullo sport saudita va percorsa in tutti i suoi elementi, per comprenderne e tastarne la portata epocale. Il calcio, nell’idea regolativa di far crescere il proprio campionato principale, affermarlo tra le prime dieci e magari cinque leghe del mondo, farne un generatore di economia e di spesa delle classi medie nel proprio tempo libero e magari un attrattore di investimenti esteri, ne rappresenta la parte più visibile e discussa, ma non certo l’unica.
C’è l’investimento nel golf, sport di cui Al Rumayyan è felicemente ossessionato, il più dirompente in termini di muscolarità economica esibita, con due miliardi di dollari messi sul piatto per creare dal nulla un nuovo circuito professionistico, la LIV, con lo scopo di detronizzare la PGA americana provando a strapparle i migliori giocatori del mondo a suon di petrodollari, avviando una contesa giuridica non ancora risolta.
Una frattura che si sta provando a ricomporre anche grazie all’intervento diplomatico del sovrano del golf e nume tutelare delle relazioni tra Stati Uniti ed Arabia Saudita, Donald Trump. Avendo evocato il sovrano dello sport come ideologia della lotta, non possiamo non riferirci al mondo degli sport di combattimento, con Riyadh da qualche anno trasformata nella nuova capitale mondiale della boxe, disciplina in disperata ricerca del suo rilancio mondiale, con Turki Alalshikh, capo della già citata General Entertainment Authority, che studia per diventare il nuovo Don King del XXI secolo.

E ancora, sempre per restare in tema di connessioni con l’America sportiva trumpiana, Dana White che sbarca nel deserto non solo con l’UFC, fighter donne comprese, opportunamente fasciate per rispettare i precetti coranici, ma anche con un coinvolgimento specifico sulla boxe.
Non manca anche in questo caso la benedizione trumpiana, col presidente americano che, nel già ricordato podcast di Joe Rogan, tesserà l’elogio dei sauditi, proprio parlando delle loro capacità organizzative nello sport. E non mancano nemmeno corse di ogni tipo, dalla Formula 1 in attesa del nuovo e avveniristico circuito cittadino di Qiddya in fase di costruzione, alla gara dei cammelli annualmente corsa nel sito archeologico di Al-ula, la AIUla Camel Cup, compresenza di arcaico e moderno irrorata dal montepremi più ricco della storia, relativamente alla disciplina.
[…] Come dimenticare poi gli sport invernali? Torna anche qui, come in Xi Jinping e in Modi, la loro centralità nella geopolitica sportiva dei leader autoritari non occidentali. Poter sciare nella nazione da tutti conosciuta per la sua estensione desertica, ma che al suo interno, nella provincia di Tabuk, a non troppa distanza da Israele ed Egitto, ha anche delle montagne. […] Nel 2029 a Trojena dovrebbero disputarsi i Giochi invernali asiatici, test importante per future candidature ad ospitare le Olimpiadi invernali.
Anche in questo caso un disegno strategico di altra scala rispetto agli ski center indoor spuntati nel deserto come funghi, il primo dei quali costruito a Dubai nel 2005, con la loro combinazione paesaggistica e climatica distopica. Chi ospiterebbe le Olimpiadi invernali in un mall? Un regista horror forse, nonostante da tempo vi avvengano gare, e Su Yiming, che abbiamo già incontrato nel libro, si sia recato nei mesi invernali del 2025 a Riyadh per allenarsi.

E non va dimenticato che Trojena è la costola montana di Neom, riproposizione in chiave contemporanea – e quindi in forma di megalopoli tecnologica – dei progetti urbanistici di nuove città ideali dell’età rinascimentale italiana (a voler guardare con sguardo realistico machiavelliano, anche il Rinascimento italiano fu costellato di ambiziosi principi tagliagole).
[…] Infine, l’ultima stazione del percorso. Abbiamo descritto MBS (Mohammed bin Salman, ndr) come privo di forti passioni sportive tradizionali, ma lo stesso non può essere detto per quelle digitali: è infatti un gamer accanito, soprattutto di League of Legends. Proprio sul fronte del gaming e degli esports l’Arabia Saudita sta giocando una nuova sfida, per certi versi più importante di quella calcistica.
Il mondo delle competizioni digitali assomiglia a una galassia pulviscolare, una molteplicità caotica di eventi senza veri punti di riferimento istituzionali, con gare organizzate magari dalle stesse aziende di videogiochi, incertezza sulle loro modalità di finanziamento, mancanza di un calendario ordinato e di stabilità rituale. Fino a pochi anni fa la Cina sembrava destinata a diventarne l’avamposto globale.
Negli ultimi tempi, però, il percorso si è rallentato anche a causa delle preoccupazioni di Xi Jinping, di cui abbiamo già parlato. È come se, nelle sue intenzioni, fosse accettabile essere una potenza nella produzione mondiale di videogiochi – grazie a giganti come Tencent – ma lasciando ad altri la guida della componente agonistica, poiché questa non rispecchia appieno l’idea di sport come coltivazione del corpo e potrebbe avere effetti potenzialmente dannosi sulla salute delle nuove generazioni.
In questo vuoto, ecco l’apertura di un nuovo terreno di azione e ambizione per MBS. Diventare agonoteta, fondatore e creatore di nuove gare mondiali e non solo organizzatore momentaneo di quelle ideate da dirigenti europei del XIX e XX secolo. È il titolo onorifico di cui poteva fregiarsi l’eroe per eccellenza della mitologia greca, Ercole, padre delle gare olimpiche.

Fondare nel deserto un incrocio tra la nuova Olimpia dell’agonismo digitale, in cui far competere i gamer professionisti di tutto il mondo nei videogiochi più popolari, creando un programma olimpico digitale come De Coubertin fece con quello tradizionale, che ancora oggi è un’enciclopedia vivente e pulsante di pratiche e di mondi, e la nuova Champions League digitale, ovviamente mettendo sul piatto la cifra più alta di sempre nella storia delle competizioni digitali. È il centro del progetto della Esports World Cup, che dal 2027 dovrebbe evolvere nel progetto Olympic Esports, dopo aver ufficialmente siglato nel 2024 uno storico accordo con il CIO, dai contorni però non ancora chiari e definiti.
Se nel calcio abbondano le risate dei tifosi europei, qui siamo in presenza di un mondo nuovo in cui l’Europa gioca un ruolo di retroguardia, e il team più importante, il Real Madrid degli esports, è saudita, i Falcons, che non a caso hanno vinto la prima edizione della Esports World Cup disputatasi nell’estate del 2024 a Riyadh.
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Ma la logica degli ingenti investimenti negli esports si spiega soprattutto con il fatto che sono lo specchio di una volontà di investimento più generale nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie militari. Il presidente della federazione esports saudita, Faisar bin Bandar Al Saud, figlio dello storico ambasciatore saudita negli Stati Uniti, dichiara da tempo che l’Arabia Saudita deve diventare un riferimento automatico quando si pensa agli esports, come accade per Corea del Sud (dove tutto è nato, in pratica il ruolo ricoperto dalla Scozia per la genesi moderna del calcio), Cina, Giappone, Stati Uniti.
Ma lo deve fare soprattutto perché il gaming è la matrice di ogni sviluppo tecnologico contemporaneo, avendo preso da questo punto di vista il posto dell’industria militare. Questo spiega la creazione da parte del fondo PIF di Savvy Games Group, colosso nato dall’acquisizione di molte realtà del gaming e del mondo esports, operazione industriale finanziata con 40 miliardi di dollari che fa impallidire per volumi quella del calcio.
Su tutte va ricordata l’acquisizione di uno dei più iconici colossi mondiali del gaming, la californiana EA Sports creatrice del videogioco a sfondo calcistico più popolare del pianeta, in un acquisto a leva di 55 miliardi di dollari realizzato assieme ad un consorzio di investitori in cui spicca la Affinity Partners del genero di Trump, Jared Kushner, vero tessitore dei rapporti fra Trump e MBS.
Alla luce di questo interminabile elenco, che non è nemmeno completo perché mancano gli investimenti nel tennis, nello snooker e in molte altre discipline, emergono i limiti e l’inservibilità del concetto di sportwashing, incapace di riconoscere il peso decisivo dei fattori interni che animano la geopolitica sportiva saudita, in tutti i sensi fin qui scandagliati, e in fondo velatamente dominato da un eurocentrismo ormai superato dai fatti della storia.
Per questo motivo MBS respingerà pubblicamente – e con una certa ironia – le critiche sul tema, sostenendo che il presunto sportwashing sta già contribuendo alla crescita della componente non energetica del PIL saudita. A suo dire, l’industria sportiva nazionale ha raggiunto nel 2024 un valore di 8 miliardi di dollari, con prospettive di superare i 20 miliardi entro il 2030; le federazioni sportive sono passate da 44 a 92 e i livelli di pratica sportiva sono raddoppiati in pochi anni.
Questo non significa ignorare le pressioni esterne, una dialettica accettata su cui i sauditi sanno di dover fare sempre memoria della lezione del Qatar, rivelatosi impreparato per la loro gestione nel cammino organizzativo dei Mondiali di calcio del 2022.
MBS è inoltre scaltro abbastanza per conoscere in maniera spietatamente realistica che l’attivismo in favore dei diritti umani resta un fenomeno politico circoscritto soprattutto all’ambito europeo, incapace di rappresentare un vero contropotere di fronte alla realtà per cui l’Arabia Saudita è un attore sempre più profondamente inserito nel sistema degli scambi economici e politici occidentali e globali, a partire dalla relazione speciale con gli Stati Uniti rafforzata dal rapporto molto solido tra MBS e Trump.
Poi, anche se mai dichiarato, c’è un realismo nuovamente di sapore machiavellico sull’antropologia degli atleti. Le loro carriere sono brevi e per questo motivo rette quasi unicamente dall’obiettivo di massimizzare i guadagni, non da valori ideali, e quello che l’Arabia Saudita può offrire da questo punto di vista è troppo forte rispetto a ogni velleità critica. Infine, c’è l’esperienza cinese a cui fare riferimento.
Nel 2008, in occasione delle Olimpiadi casalinghe, la Cina aveva ricevuto numerose critiche per il mancato rispetto dei diritti umani in Tibet, soprattutto da parte di atleti americani, poi progressivamente diradatesi fino quasi a scomparire negli anni successivi, comprese quelle delle stelle afroamericane del basket NBA tanto impegnate e presenti nella lotta politica interna quanto silenti sulla situazione politica cinese, dove molti di loro hanno una presenza di business molto forte.