Lo scorso 15 febbraio è scomparso Pino Colizzi, uno dei più grandi doppiatori italiani. Sue, tra le tante altre, le voci che abbiamo ascoltato per anni di Michael Douglas, Jack Nicholson, James Caan e Richard Dreyfuss. Lo stesso giorno, dalle colonne del Washington Post, David Greene, una delle più popolari voci della radio americana ha lanciato il suo vibrante J’accuse all’indirizzo di Google, reo – è la convinzione di Greene – di aver infilato la sua voce dentro NotebookLM, un servizio capace di generare podcast con centinaia di voci diverse.

Una delle quali, appunto, sovrapponibile alla sua non solo e non tanto secondo lui ma secondo centinaia di amici e radio-ascoltatori che questo avrebbero pensato ascoltando i podcast generati attraverso il servizio di Big G. Dopo aver sentito la “mia” voce dire cose che non avevo mai detto, ha riferito Greene al Washington Post, «Ero completamente fuori di testa. È un momento inquietante in cui ti senti come se stessi ascoltando te stesso».
Difficile in effetti immaginare cosa si provi nel sentire parole pronunciate con la tua voce se non le hai mai pronunciate. Peggio ancora se, come capitato a Greene, senti dire alla tua voce cose che non avresti mai detto o la senti utilizzata per scopi o per finalità che non condividi.
«La mia voce è, in un certo senso, la parte più importante di ciò che sono», ha detto Greene. E ha, naturalmente, ragione lui non solo nella dimensione emotiva e sentimentale ma anche in quella giuridica. La voce è un dato biometrico di ciascuno di noi, un dato personale, un elemento identitario che ci rende unici. Nessuno può usare la nostra voce in assenza del nostro consenso e, a maggior ragione, nessuno può associare la nostra voce a un certo contenuto senza il nostro consenso, farci – in qualche modo – pronunciare parole che non abbiamo mai detto e che non vogliamo dire.
Google, in relazione al caso di Greene ha negato qualsivoglia responsabilità, escluso l’utilizzo della sua voce e riferito che quella che il conduttore ritiene sua è, in realtà, la voce di un attore appositamente pagato per addestrare i propri algoritmi. Chi ha ragione e chi torto tra i due lo deciderà un Tribunale della Contea di Santa Clara in California al quale Greene si è rivolto.
Ma la questione esiste, è enorme e prescinde dalla vicenda in questione. Le voci di milioni di persone sono state fagocitate dagli algoritmi sui quali sono basati centinaia di servizi di clonazione vocale in maniera semplicemente illecita, in violazione, almeno, del diritto all’identità personale di chi di quelle voci è titolare. E le conseguenze sono tante, diverse, tutte poco etiche e alcune pericolose.
Dallo smantellamento di un settore creativo come quello dei doppiatori a quello di intere professioni come i conduttori e i giornalisti radiofonici sino a arrivare a ogni genere di fake attraverso il quale si possono far dire a chiunque parole che non ha mai detto e che non avrebbe mai voluto dire.
Rubare – non sarà il caso di Google ma è certamente un caso diffuso – la voce di qualcuno pescandola a strascico online senza alcun consenso e usarla nell’ambito di qualsivoglia genere di servizio commerciale non ha niente a che vedere con l’innovazione, niente a che vedere con le opportunità che l’intelligenza artificiale può offrirci, niente a che vedere con un futuro sostenibile nel quale si possa ambire a vivere.
È, semplicemente, una condotta illecita, spesso criminale, sempre immorale e niente affatto etica. Un fenomeno che va fermato prima che sia troppo tardi ammesso che già non lo sia e prima che mieta altre vittime che sia nella dimensione del mercato, della creatività, delle professioni o della dignità delle persone. Chiunque può rivendicare il diritto sulla propria voce se la ritrova nella gola digitale di un algoritmo diversamente intelligente.
Dobbiamo ricordarcene!