Quali sfide attendono la società di domani? Quali sono i rischi e quali le possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico? Per la rubrica “Futuro da sfogliare” un estratto del libro Mental Training per gli sportivi di Michele Surian, edito da LSWR.
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Se le abilità mentali possono essere apprese, sviluppate e allenate, non c’è motivo di pensare che esse non possano essere soggette agli stessi meccanismi che regolano l’allenamento: ripetizione in qualità, quantità e intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti che stimolino i processi di adattamento.

Nella definizione di Vittori è ben chiaro che l’obiettivo dell’allenamento è favorire l’aumento delle capacità dell’atleta, ed è ben specificato che si tratta di capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche. In realtà ogni programma di allenamento andrà a lavorare sempre sulla persona come un essere integrato, le cui componenti sono interdipendenti e si influenzano di continuo fra loro.
Un lavoro specifico sulle abilità mentali — senza dubbio prevalentemente a carico del sistema nervoso — porrà di sicuro l’accento sulle capacità psichiche dell’atleta, ma inevitabilmente queste avranno un riscontro positivo anche sulle capacità tecniche e tattiche e anche, più di quanto generalmente si creda, sulle capacità fisiche.
Allenare la mente. Si può?
Allenare la mente si può? Sì, certamente. Perché parliamo di abilità mentali e non di qualità mentali? Perché il concetto di abilità presuppone che queste possano essere apprese, sviluppate e automatizzate. Proprio come le abilità motorie.
Un tiro a canestro è un’abilità motoria, così come lo sono un’acrobazia o una semplice capovolta. Ogni tecnica sportiva è espressione di abilità percettivo-motorie, così come lo sono suonare uno strumento o eseguire esercizi di giocoleria. Tutte cose che si apprendono.

Nessuno è nato sapendo giocare a basket o a pallavolo, o sapendo sciare o saltare alla Fosbury, o tirare pugni e calci. Nessuno è nato sapendo sfruttare al meglio le abilità mentali.
L’apprendimento motorio avviene per stadi. L’apprendimento ottimale di una tecnica prevede prima di tutto la comprensione del compito da svolgere; poi, attraverso la ripetizione, si prende dimestichezza con il movimento, si acquista consapevolezza e si impara a riconoscere gli errori e a correggerli.
Le tre fasi della pratica
Con la pratica si attraversano tre fasi: la fase della coordinazione grezza; la fase della coordinazione fine (in cui il gesto diventa automatico) e la fase della disponibilità variabile (in cui l’automatismo si può esprimere in diverse situazioni).
Facciamo un esempio. Quando si impara a guidare l’auto, tutta l’attenzione deve essere dedicata ai singoli gesti — i piedi che lavorano sui pedali, le mani sul volante, l’uso delle frecce ecc. — e alla correzione degli errori. Poi si impara a coordinare i vari movimenti e a eseguirli in modo sempre più economico ed efficace, coordinato appunto. Con la pratica si arriva a guidare in modo automatico, tanto che si può tranquillamente frenare, scalare la marcia, girare e contemporaneamente parlare con qualcuno.
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Allo stesso modo il giocatore impara a ricevere e passare la palla valutando le traiettorie e le distanze, concentrandosi non sul gesto ma sulla situazione di gioco e sul compito che vuole svolgere. Così come il pugile esperto porta i colpi concentrandosi solo su dove e quando — tempismo, bersagli, traiettorie — senza dover badare all’esecuzione tecnica. Questi sono esempi di abilità motorie applicate.
Vedremo nei prossimi capitoli quali sono, una per una, le abilità mentali, ma ciò che ci interessa sottolineare ora è che, come quelle motorie, anche quelle mentali possono essere apprese e affinate.
Metodo e allenamento mentale
Allenare la mente, le abilità mentali, non è poi così dissimile, dal punto di vista metodologico, dall’allenare le abilità motorie: si comincia con il capire qual è il compito da svolgere, l’obiettivo da raggiungere; si prende consapevolezza di quali sono le tecniche e le abilità che si vogliono apprendere e sviluppare; poi, attraverso la pratica e un processo di prove ed errori, si arriva ad affinarle sino a creare degli automatismi che richiedano un intervento minimo della volontà e possano essere disponibili nelle varie situazioni.
L’errore che spesso si fa è non dare tempo al tempo, pretendere che le tecniche di allenamento mentale diano i frutti subito dopo essere state apprese, prima di essere ben conosciute, padroneggiate, individualizzate, sperimentate in diversi modi e varie situazioni.
In giro ci sono un sacco di “maghi” e mental coach che vorrebbero far credere che la tecnica di mental training, una volta appresa, sia subito spendibile in gara. Non è così. Sarebbe come dire che una volta appreso come si usa una pistola in poligono si è pronti a usarla efficacemente in una sparatoria reale.
Immaginate un atleta di karate o kickboxing che ha appreso il venerdì una tecnica di calcio mai vista prima: sarà in grado di applicarla domenica in gara? Le tecniche di mental training sono come tutte le altre tecniche: hanno bisogno di essere apprese, capite, interiorizzate e poi necessitano di pratica, pratica e pratica.