«A Torino i fisici che facevano tesi al di fuori dei centri di ricerca tipicamente andavano in Thales Alenia o al Centro ricerca della FIAT. La mia tesi è stata una simulazione numerica che mi ha portato a contatto col mondo aziendale. Se mi guardo indietro penso che l’Italia, sul digitale, ha perso davvero tante occasioni». Anna Maria Siccardi, classe 1968, è oggi una business angel con alle spalle diverse carriere nel mondo tech, dalla consulenza ai primi esperimenti sul web, con Bakeca.it di cui è stata fondatrice insieme al marito Paolo Geymonat, scomparso nel 2009.
Nel lunedì che dedichiamo alle testimonianze degli investitori prosegue il nostro percorso alla scoperta dei profili di business angel, quegli attori dell’ecosistema che puntano su founder rischiando parecchio. Le aziende sono agli albori, in alcuni casi soltanto idee o mvp. «Ero diventata imprenditrice perché avevo conosciuto persone che mi avevano stimolato a farlo».

Un altro mondo
Era la seconda metà degli anni Novanta, con il web ancora faccenda di pochi in Italia. «Il mio primo lavoro è stato in una software house: lavoravamo su commesse della Olivetti». Ma la vita da dipendente non è durata molto. «Con un collega abbiamo fondato una piccola società di consulenza per le certificazioni di qualità aziendali in ambito informatico».
Poi sono arrivate le avventure imprenditoriali con chl.it (uno dei primi esperimenti e-commerce), Bakeca.it, SEOLAB, Wickedin. Anni pionieristici che, come avrebbe insegnato poi lo scoppio della bolla delle dot.com, «non vedeva barriere all’ingresso». Opportunità, ma anche rischi e clamorosi flop come accade e accadrà nell’odierna ondata dell’Intelligenza artificiale.

Delle sue esperienza Anna Maria Siccardi ricorda in particolare Bakeca.it, una società ancora attiva. «L’obiettivo era diventare il leader degli annunci online, il Craigslist italiano». Su StartupItalia dieci anni fa abbiamo pubblicato un lungo articolo che ha ripercorso la storia di una delle pagine più importanti del web italiano. Avendo vissuto in prima persona più generazioni di aziende digitali, l’investitrice si è fatta un’opinione su cosa sia mancato in Italia.
L’occasione (mancata) per trasformare l’Italia
«Credo che pure la politica non avesse capito assolutamente che internet non significava cablare banalmente il Paese. Era qualcosa di strategico, avrebbe cambiato i processi aziendali, i media. E noi in Italia avevamo competenze e capitali». Ma con i se, si sa, non si può fare la storia. «Per di più all’epoca i talenti in ambito innovazione non provenivano dall’accademia o dalle grandi aziende, ma da fuori. Nerd, smanettoni. O si era fortunati ad avere un’azienda di famiglia oppure era difficile spiegare agli amici cosa si stava facendo».

La vita da investitrice le ha permesso di restituire competenze ed esperienza. Ha potuto seguire anche le proprie passioni, che oggi si traducono nel deeptech. «All’inizio facevo investimenti soprattutto nel digitale, mentre oggi sono concentrata su produzione dell’energia e Intelligenza artificiale».
Il tema del gender gap si nota non soltanto tra chi decide di fondare una startup. Spicca anche tra gli investitori e business angel. «La presenza di donne è senz’altro bassa, ma le cose stanno migliorando. Lo dico perché molte più ragazze decidono di studiare ingegneria, di iscriversi agli istituti tecnici. Alle ragazze bisogna parlare di imprenditoria ed empowerment».