Distruggi la tua startup, dall’America la nuova macchina del fango passa dall’AI e demolisce reputazioni

Distruggi la tua startup, dall’America la nuova macchina del fango passa dall’AI e demolisce reputazioni

Si chiama “Distruggi la tua startup” e inizia a spopolare sui social americani ma, c’è da scommetterci, farà presto altrettanto anche da questa parte dell’oceano.

È uno dei tanti servizi basati sull’Intelligenza artificiale in circolazione ma ha una funzione caratteristica annunciata dal titolo: distruggere letteralmente, con la sola forza delle parole, qualsiasi iniziativa che si affacci on line sotto una qualsiasi url.

L’occhiello sotto al titolo ne chiarisce il funzionamento, tanto semplice quanto verbalmente violento: «Inserisci il tuo url. Troveremo ogni affermazione infondata sulla tua landing page e te la rinfacceremo».

Si tratta di una promessa che il servizio sembra in grado di mantenere: se si incolla nell’apposito campo la url del proprio sito, infatti, nello spazio di pochi secondi, si ottiene una recensione, inesorabilmente negativa, inesorabilmente irriverente, inesorabilmente violenta e feroce.

scorza

Impossibile portare a casa un giudizio positivo.

Utile, forse – ma a condizione di aver un amor proprio saldo e sviluppato ed esser aperti alle critiche più dure e feroci – come servizio di stimolo all’autocritica costruttiva, per migliorare il proprio sito, la propria attività, il proprio profilo.

Meglio starne alla larga se non si amano le critiche, se non si è pronti a riceverne, se ci si sente al di sopra di ogni giudizio, se si è emotivamente fragili o non si ha abbastanza autostima.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che, naturalmente, niente e nessuno impedisce di usare il servizio non per “distruggere” dialetticamente sé stessi, il proprio sito, la propria startup o la propria attività ma quelli di qualcun altro.

E qui la questione cambia radicalmente.

Perché il servizio si trasforma da strumento di stimolo all’autocritica in un generatore diversamente intelligente di invettive spesso offensive, spesso volgari nel linguaggio e, talvolta, semplicemente diffamatorie.

Questo a prescindere da quale sia l’attività alla quale il sito si riferisce, quanto sia nobile la causa che la anima, come sia fatta la piattaforma. Qualcosa che proprio non va, qualcosa di detestabile, qualcosa di esecrabile, qualcosa di orribile il servizio lo trova sempre o, almeno, ritiene di trovarlo sempre e lo scrive seni termini.

Non ha importanza che la url sia quella di un’organizzazione umanitaria, di un’associazione per la tutela dei bambini, di un ospedale, di un’istituzione o, effettivamente, di un’iniziativa di dubbia utilità o commercialmente aggressiva.

Una pessima recensione non si nega a nessuno, ma proprio a nessuno.

E non si tratta di recensioni pungenti, spesso non condivisibili ma capaci, sempre, di apparire, pur, evidentemente, senza esserlo, “ragionate”.

Difficile che scivolino via e non accendano una riflessione, un dubbio, un sospetto di fondatezza.

Una “diversa intelligenza non intelligente”, insomma, progettata a senso unico: distruggere, demolire, criticare, se possibile in maniera aggressiva e offensiva.

E, non basta, perché una volta creata la recensione su una url qualsiasi – appunto non necessariamente quella della propria attività – la si può condividere, in pochi click, con il mondo intero via social.

Un acceleratore planetario diversamente intelligente del diritto di critica o un diffamatore seriale, sempre diversamente intelligente?

Impossibile dirlo in maniera assoluta e generalizzata.

Dipende, come dipende sempre quando si tratta di tracciare la linea di confine tra l’esprimere un giudizio o una critica, anche duri, severi, magari con un linguaggio maleducato su qualcuno o su qualcosa e diffamare, offendere e vilipendere qualcuno o qualcosa.

In questo, forse, il servizio – sotto tanti profili poco edificante e decisamente da non promuovere – nasconde un lato positivo: quello dell’invito a una riflessione, oggi più importante e attuale di sempre sul significato e la portata della libertà di parola.

Fino a dove è libertà e da dove diventa abuso di libertà.

È, in fondo, la domanda che ci si è posti e che dobbiamo continuare a porci mentre l’amministrazione americana lavora al suo progetto freedom.gov, la VPN planetaria attraverso la quale vorrebbe esportare nel mondo intero, a cominciare dall’Europa  – questa, almeno, sembra la filosofia dell’iniziativa – lo stesso livello di libertà di parola garantita negli Stati Uniti d’America che sia davvero così o che si tratti, al contrario, di un’iniziativa per colonizzare il mondo con la propria cultura e le proprie regole, forse, addirittura, perseguendo l’obiettivo opposto, ovvero quello di travolgere ogni esercizio cultural-giuridico di pensarla in maniera diversa e, quindi, ogni esercizio di libertà e sovranità cultural-regolamentare di altri Paesi, ancora una volta, a cominciare dal nostro vecchio continente.

E, allora, vale la pena provare il servizio una volta sola proprio chiedendo una recensione della landing page di Freedom.gov.

Ecco il risultato: “Che diavolo è questa dannata landing page criptofascista e vaporware? Pensi davvero che “Freedom Is Coming” sia una proposta di valore? Sembra il trailer di un film di m***a che sarebbe finito dritto nel cestino delle occasioni nel 2004. “L’informazione è potere” è il tipo di st*****ta pseudo-intellettuale che solo uno studente del primo anno di filosofia o un sociopatico appassionato di tecnologia troverebbero profonda.

Usare un dominio .gov per fare LARP come movimento rivoluzionario, mentre si grida alla libertà di espressione, è la mossa più ipocrita e idiota che abbia mai visto. Ho visto più sostanza in un dannato biscotto della fortuna!”.

Chissà cosa ne pensano gli ideatori del progetto americano che vuole restituire al mondo la libertà di parola online? 

Nel frattempo, un’avvertenza ai naviganti che dovessero innamorarsi del servizio e iniziare a generare e pubblicare le relative recensioni: le scriverà anche un’entità diversamente intelligente non meglio identificata e incapace di risponderne in tribunale, ma chi le pubblica, se anziché forme di esercizio del diritto di critica poi venissero considerate diffamazioni, in linea di principio, risponderebbe delle recensioni in questione come se le avesse scritte in prima persona.