Con l’apertura dell’open call fino al 3 marzo, prende il via Brava Innovation Hub, il programma di accelerazione dedicato a startup e micro-piccole imprese a leadership femminile promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e gestito da Invitalia, in collaborazione con Tree (Opinno Italy), Fabrick e SheTech. L’edizione di Roma inaugura un percorso nazionale che nel 2026 toccherà anche Novara e Salerno, con l’obiettivo di accompagnare complessivamente trenta imprese in un percorso strutturato di crescita.

Che cos’è Brava Innovation Hub
L’edizione romana selezionerà dieci imprese per un percorso di 12 settimane, in presenza e online, con un grant da 40 mila euro, oltre 60 ore di mentoring, formazione manageriale e momenti di confronto con investitori e partner industriali. Nel complesso delle tre edizioni 2026, l’obiettivo è creare una piccola pipeline nazionale di imprese femminili con maggiore maturità organizzativa e capacità di stare sul mercato.
Il punto non è tanto il singolo programma quanto la sua funzione sistemica. I dati mostrano che le imprese femminili hanno buoni livelli di istruzione (il 25,1% delle imprenditrici è laureata, contro il 20,6% degli uomini) e una forte propensione alla qualità e al capitale umano. Ma investono ancora poco in formazione manageriale e finanziaria, affidando nel 90% dei casi la gestione economica a soggetti esterni.
È esattamente qui che un programma di accelerazione può fare la differenza: trasformare competenze diffuse in capacità di pianificazione, accesso al capitale e costruzione di traiettorie di crescita più ambiziose.
Brava, in questo senso, non intercetta il “problema dell’avvio” (che in Italia è già molto coperto da incentivi): si lavora piuttosto su quello più delicato del consolidamento e della scalabilità. La sfida reale non è aumentare il numero di imprese femminili, già consistente, ma far crescere il peso delle imprese femminili nei segmenti innovativi, capital intensive e orientati ai mercati internazionali.
Le candidature per l’edizione di Roma sono aperte fino al 3 marzo 2026: il programma si svolgerà tra il 13 aprile e il 10 luglio. Maggiori informazioni e tutta la modulistica sono disponibili sul sito ufficiale.
I numeri (al femminile) dell’ecosistema italiano
Il lancio di Brava Innovation Hub arriva in un momento in cui l’imprenditoria femminile italiana mostra una doppia fotografia: una base numericamente solida, ma una presenza ancora limitata nei segmenti più innovativi e ad alta intensità di capitale. Secondo il rapporto Unioncamere, al 31 dicembre 2024 in Italia si contano 1.307.116 imprese femminili, pari al 22,2% del totale nazionale. È una quota stabile nel tempo e persino in lieve crescita rispetto al 2014 (+0,4%), a fronte di un calo delle imprese non femminili (-3,6%). Le imprese guidate da donne occupano oltre 1,6 milioni di addetti, con una presenza femminile interna che supera il 53% e un ruolo rilevante nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
La struttura però resta fortemente polarizzata sulle micro-dimensioni e sui servizi: il 96,2% delle imprese femminili ha meno di 9 addetti e il 72,6% opera nel terziario, con una concentrazione significativa nel Mezzogiorno (36,6%). Negli ultimi dieci anni crescono le società di capitali (+45%), ma la dimensione media resta ridotta e il tasso di sopravvivenza dopo cinque anni è inferiore rispetto alle imprese non femminili (67,5% contro 73,1%) .
È quando si guarda al perimetro dell’innovazione che il gap diventa più evidente. Sempre secondo Unioncamere, le startup innovative femminili sono 1.648, pari al 13,6% delle 12.133 startup innovative registrate in Italia. Una quota che migliora rispetto al passato, ma che resta minoritaria in un ecosistema già piccolo in termini assoluti. La maggior parte di queste startup opera nei servizi (80,9%), circa il 17% detiene almeno un brevetto o un software registrato, e poco meno del 17% lavora in ambito energetico ad alto valore tecnologico .
Il nodo non è solo quantitativo. Il rapporto evidenzia che tre imprese femminili su quattro si finanziano prevalentemente con capitale proprio o familiare e solo il 26,9% accede a credito bancario nella fase di avvio. Il ricorso a investitori privati, business angel o venture capital resta marginale (sotto l’1%). Questo si riflette sulla capacità di investimento: il 73,2% delle imprese femminili ha investito nel triennio 2022–2024, ma con una minore intensità rispetto alle imprese non femminili e una forte prevalenza di investimenti di ammodernamento, più che di espansione aggressiva.