Come entrare nell’Olimpo di Y Combinator? I suggerimenti dell’italiano che ha avuto il coraggio di mollare Apple per fondare la sua startup

Come entrare nell’Olimpo di Y Combinator? I suggerimenti dell’italiano che ha avuto il coraggio di mollare Apple per fondare la sua startup

Questa è la storia di due founder italiani che hanno deciso di buttarsi in un ambito complesso per fare innovazione e salvare vite. «Il nostro software individua le lesioni sulle TAC, le segmenta, le misura e genera un report strutturato in cui il tumore viene descritto secondo criteri radiologici standard. Sono informazioni fondamentali per follow-up, decisioni terapeutiche e studi clinici». Luca Pegolotti, co-founder di Nucleo, è il nuovo protagonista della rubrica Italiani dell’altro mondo. 

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Luca Pegolotti e Angelica Iacovelli, cofounder di Nucleo

Stanford, Big Tech e startup

Nato a Milano, Luca Pegolotti ha 33 anni e dopo gli studi in ingegneria matematica al Politecnico di Milano ha scelto Losanna per un master in matematica computazionale. «Sono poi rimasto in Svizzera per lavorare sulla simulazione dei fluidi. Nel livello più alto di complessità sono operazioni che richiedono giorni e mi sono appassionato in particolare a come si comporta il sangue». Tra il pre e il post pandemia ha avuto la possibilità di frequentare l’università di Stanford, California, un’istituzione accademica che dialoga e collabora con il panorama tech da decenni. «Sono andato in America per il post-doc. Lì si respira l’aria della Silicon Valley».

Ed è proprio in quel periodo che ha iniziato a riflettere sul pivot della sua carriera verso un futuro imprenditoriale. «Tutto è stato grazie a un corso intensivo di due mesi, un programma intensivo di formazione per founder a Stanford». Ma prima di fondare Nucleo, è passato da una delle multinazionali simbolo della California. «Sono stato in Apple per quasi due anni. Lavoravo sempre in ambito medico nella divisione Health. Mi occupavo di algoritmi per sensori ottici come quelli dell’Apple Watch».

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La strada per Y Combinator

Come spesso capita, il turnover nelle aziende tech si alimenta anche sulla spinta imprenditoriale di dipendenti che, dopo aver fatto esperienza, decidono di lasciare e buttarsi. Angelica Iacovelli è la Ceo di Nucleo, compagna di viaggio di Luca Pegolotti anche nell’avventura in Y Combinator. «Ero stato il suo mentor al Politecnico. Un giorno mi aveva accennato al fatto che voleva trasferirsi negli USA per lanciarsi nel mondo startup. Le ho proposto di raggiungermi a Stanford per la tesi di master». 

Nucleo è stata fondata nel 2024 e ha iniziato il percorso in YC a settembre 2025. «Per entrare funziona così: o hai un’idea che è chiaramente un game changer, oppure ne dimostri il potenziale con la traction. Noi avevamo già quest’ultima». E di cosa si occupa la startup? «Stiamo lavorando a una piattaforma per automatizzare vari aspetti del trattamento oncologico. Ci occupiamo di immagini mediche. La parte più avanzata che stiamo vendendo è quella di body composition». 

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Grazie all’Intelligenza artificiale l’obiettivo non è sostituirsi al medico radiologo ma supportare radiologi e oncologi nel loro processo decisionale attraverso l’analisi quantitativa delle immagini TAC. «La “tumor detection” è solo una parte di quello che facciamo. Dal punto di vista operativo attività che prima venivano fatte manualmente da radiologi o ricercatori vengono automatizzate e standardizzate, riducendo tempi, variabilità e carico di lavoro». 

Italiani in Silicon Valley

Oggi, come ci ha spiegato il co-founder della startup, Nucleo viene utilizzato da studi clinici negli Stati Uniti e in Italia. «Negli USA partecipiamo a uno studio multicentrico di chirurgia oncologica su tumori gastrointestinali avanzati, in cui la piattaforma analizza automaticamente le TAC pre-operatorie per studiare la relazione tra sarcopenia e complicanze post-operatorie». La differenza deriva dalla velocità dell’analisi. «In alcuni casi, parliamo di processi fino a 2.500 volte più veloci rispetto al flusso manuale tradizionale». In Italia tra le collaborazioni c’è quella con l’Ospedale San Raffaele. «Questa collaborazione per noi è stata fondamentale per adattare i nostri strumenti alle reali esigenze di radiologi e clinici».

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Ci è già capitato di intervistare italiani che hanno partecipato a YC in Silicon Valley. A ciascun team viene garantito un investimento iniziale da 500mila dollari e si ha pochissimo tempo, dopo il via libera, per trasferirsi e iniziare il percorso. «Ti colpisce il tipo di persone che incontri, ritrovi dei pattern. Alcuni partecipanti hanno fatto diverse già startup, magari passate pure da Y Combinator, con una exit alle spalle. Oppure ci sono i classici ventenni che hanno frequentato i top college con qualche esperienza nelle Big Tech». Un ambiente di eccellenza che continua a confermare questo angolo d’America come privilegiato.

Un posto che è difficile, forse impossibile, replicare altrove, ma che rende l’idea di quanto veloci corrano da quelle parti. «A San Francisco è pieno di cartelloni pubblicitari di startup che vendono servizi ad altre startup. Qui se hai un’idea, anche non proprio originale, fondi l’azienda e trovi i soldi per partire. In Europa, è la mia impressione, ci soffermiamo troppo sulle idee. Quel che interessa all’investitore americano è come ragiona e lavora il team».