Il caso Piracy Shield segna un nuovo capitolo. Ora a scendere in campo è Cloudflare, uno dei principali attori globali nelle reti di distribuzione dei contenuti, la piattaforma anti‑pirateria italiana rappresenta «la fotografia di un rischio concreto»: colpire un singolo bersaglio e finire per spegnere la luce a un intero “palazzo digitale”. Una metafora che riassume la posizione dell’azienda statunitense, pronta ora a contestare in tribunale la maxi‑multa da 14 milioni di euro inflitta dall’Agcom.
Le ragioni della contestazione
Secondo Cloudflare, il presupposto stesso della sanzione sarebbe errato. L’azienda sostiene di essere stata punita per una presunta inosservanza del Piracy Shield «nonostante avesse già avviato le procedure legali previste per contestare la normativa». Ma il cuore della disputa è giuridico: l’estensione degli obblighi del Piracy Shield a un operatore come Cloudflare sarebbe, a loro dire, «incompatibile con la normativa europea, in particolare con il Digital Services Act».
Anche qualora la norma fosse applicabile, aggiunge l’azienda, la sanzione avrebbe comunque un tetto: «Non più del 2% del fatturato dell’anno precedente». Applicando questo criterio ai ricavi registrati in Italia nel 2024, la multa massima sarebbe di circa 140mila euro, «cento volte inferiore» a quella comminata. L’Agcom, dal canto suo, ha chiarito fin da subito che il fatturato di riferimento è quello globale.
Il nodo tecnico
La critica più dura arriva però sul piano tecnico. Cloudflare sostiene che l’attuale versione del Piracy Shield «fraintende di fatto l’architettura di Internet» e rischia di generare un effetto domino incontrollabile. La metafora scelta è quella del condominio: se un inquilino non paga, non si stacca la corrente a tutto l’edificio.
Matthew Prince, co‑fondatore e Ceo dell’azienda, parla apertamente di un sistema che «sta danneggiando Internet in Italia senza risolvere il problema della pirateria». Secondo Prince, la piattaforma gestita dall’Agcom «non solo impatta Cloudflare, ma minaccia ogni aspetto della rete, scoraggia gli investimenti e rischia di compromettere servizi essenziali». Il motivo? «L’Agcom non comprende come funziona Internet e ha lasciato che soggetti privati dettassero cosa gli utenti possono vedere».
Che cosa aveva detto il Ceo sulle Olimpiadi?
Matthew Prince aveva annunciato di «valutare l’interruzione dei servizi di sicurezza informatica pro bono» destinati alle Olimpiadi di Milano‑Cortina 2026. La Lega Serie A ha reagito duramente, parlando di «mistificazioni, minacce e falsità» e accusando Prince di voler esercitare pressione sull’ecosistema italiano per contestare la multa Agcom e la cornice normativa antipirateria. Dal canto suo, Cloudflare sostiene che quelle parole non fossero ritorsioni, ma un allarme sulle conseguenze sistemiche del Piracy Shield e sulla difficoltà di operare in un contesto regolatorio ritenuto incompatibile con il Digital Services Act. Il risultato è un’escalation retorica che ha trasformato un contenzioso tecnico‑giuridico in un caso politico, dove ogni dichiarazione diventa un tassello della battaglia per la governance della rete.
Cloudflare e le contestazioni su Piracy Shield
Cloudflare contesta anche il meccanismo operativo del Piracy Shield. La piattaforma, scrive l’azienda, «consente a privati di aggirare i tribunali», attribuendo loro «il potere di attivare blocchi automatici di Internet senza alcuna supervisione umana». La procedura accelerata — 30 minuti per eseguire un blocco — viene descritta come una scorciatoia che «ignora le regole fondamentali del giusto processo» e introduce un rischio strutturale: quando la velocità diventa automatismo, l’errore non è più un incidente, ma una possibilità sistemica.
Il comunicato di Cloudflare elenca una serie di episodi che, nell’ecosistema iperconnesso attuale, trasformano un tema apparentemente “da stadio” in una questione di servizi essenziali. L’azienda parla di «gravi interruzioni di Internet ad utenti innocenti» e cita blackout che avrebbero coinvolto «decine di migliaia di domini legittimi».
Tra i casi più rilevanti:
- siti del governo ucraino dedicati a scuole e ricerca scientifica;
- Ong europee e piccole imprese;
- un episodio particolarmente simbolico: l’accesso a Google Drive interrotto per oltre 12 ore, con migliaia di studenti e professionisti italiani impossibilitati a lavorare.
A sostegno delle proprie tesi, Cloudflare richiama anche uno studio dell’Università di Twente (settembre 2025), secondo cui il Piracy Shield avrebbe causato un blocco «sistematico» di «centinaia di siti web legittimi», con effetti che possono protrarsi «per mesi».
La disputa non riguarda solo la cifra della multa, definita «sproporzionata», ma il modello stesso con cui si sta tentando di governare Internet. Secondo Cloudflare, l’approccio italiano interviene sui percorsi — Dns, Vpn, infrastrutture — invece che sulla fonte dei contenuti pirata. Il risultato, sostiene l’azienda, è un paradosso: rendere la rete meno affidabile proprio mentre diventa la spina dorsale di scuola, lavoro, imprese e pubblica amministrazione.
La reazione del mondo dei diritti audiovisivi, a partire dalla Serie A, è stata immediata: per i titolari dei contenuti, il Piracy Shield è uno strumento indispensabile per contrastare un fenomeno che genera perdite milionarie. Ma lo scontro con Cloudflare apre un fronte più ampio, che riguarda la governance della rete, il ruolo dei privati e il rischio — sempre più concreto — di overblocking.
Un rischio che, se confermato, potrebbe trasformare una battaglia contro la pirateria in un problema di sicurezza e affidabilità dell’intero ecosistema digitale italiano.