La parità di genere nell’Unione europea raggiunge un risultato modesto: 63,4 punti su 100. La buona notizia? Dal 2010 l’indice che lo misura è cresciuto di 10,5 punti, accelerando soprattutto tra il 2015 e 2025. La brutta? La piena parità tra donne e uomini rimarrà irraggiungibile per almeno ancora cinquant’anni. Se poi parliamo di parità nel mondo del lavoro, ce ne vorranno almeno settanta (ma saranno di più per Italia, Romania, Grecia). L’Italia, appunto: con i suoi 61,9 punti su 100 è a metà della classifica UE, in cima alla quale ci sono Svezia, Francia e Danimarca (73,7, 73,4 e 71,8 i loro punteggi) e, in fondo, Cipro (47,6 su 100), Ungheria (51,6) e Cecoslovacchia (53,2). Sono i risultati del Gender Equality Index 2025, l’ultimo report dell’EIGE (European Institute for Gender Equality), agenzia specializzata dell’Unione Europea che periodicamente offre una fotografia dettagliata delle disparità che impattano sulla vita professionale e sociale, misurando 27 indicatori in aree chiave delle società europee: lavoro, denaro, istruzione, tempo, potere.
LAVORO | Più donne occupate, ma se diventare padre migliora le prospettive di carriera, diventare madre le limita
L’occupazione delle europee sta crescendo – il tasso femminile è al 71% contro l’81% maschile, certo lontano dall’obiettivo UE del 78% entro il 2030 – e sono ancora poche le donne che raggiungono i ruoli apicali o, comunque, i più retribuiti. Mentre, infatti, gli uomini continuano a dominare nelle posizioni di vertice, e persino nei settori a prevalenza femminile come la sanità, le donne continuano a essere sovrarappresentate nei settori meno retribuiti e in quelli socialmente più sottovalutati e sono una minoranza in quelli in ascesa: attualmente, nella UE appena 2 specialisti ICT su 10 sono donne, con un incremento di appena il 3% dal 2015; solo Estonia, Lettonia, Romania e Bulgaria hanno una presenza femminile nella tecnologia che sta sfiorando il 30% (la Commissione europea ha anticipato che entro il 2030 mancheranno in Europa 8 milioni di specialisti ICT). Quanto alle posizioni di leadership, il 35% dei manager della UE sono donne, con un aumento di appena 3 punti percentuali rispetto al 2015 (Svezia, Lettonia e Polonia sono i Paesi più vicini a raggiungere la parità, visto che attualmente le donne coprono rispettivamente il 45%, 43% e 42% delle posizioni manageriali. Cipro ha il punteggio più basso, 26%, seguito da Croazia e Italia, appena il 28%).
Non solo: se diventare padre migliora occupabilità e prospettive di carriera, diventare madre le limita. I dati crudi sul lavoro a tempo pieno dentro la coppia sono la più evidente conferma: nel 2023, il 92% degli uomini in coppia e con figli risultavano occupati a tempo pieno, rispetto al 67% delle donne nella stessa situazione. Perché? L’EIGE considera principale motore delle disparità il lavoro di cura famigliare – che è sostanzialmente a carico delle donne anche quando lavorano fuori – e i ruoli stereotipati di genere, che ancora assegnano le responsabilità di assistenza alle donne e il lavoro fuori casa agli uomini. Insomma, nell’Unione europea, esattamente come in Italia – rileva l’EIGE – le responsabilità di cura costringono spesso le donne ad abdicare a una realizzazione professionale piena, ripiegando su occupazioni part time, quando non sull’abbandono della professione.
DENARO | Stipendi e pensioni più bassi per le donne (e tre mesi in cui lavorano gratis). Ma ora una direttiva UE promette cambiamenti
Le donne europee guadagnano, nel complesso, il 77% dello stipendio annuo di un uomo, una percentuale che comunque è aumentata rispetto al 69% del 2015: significa che devono lavorare 15 mesi e 18 giorni per raggiungere lo stesso guadagno annuo degli uomini in quello che le statistiche chiamano the ghost quarter, ovvero il trimestre in cui le donne lavorano praticamente gratis. Il divario di guadagno è più ampio tra le persone con bassi livelli di istruzione e le coppie con figli soffrono disparità economiche molto più forti rispetto alle coppie senza figli, confermando che il peso della cura famigliare penalizza le donne sul piano economico. La Pay Transparency Directive, da poco introdotta nei Paesi UE, punta proprio a combattere le discriminazione salariali e a chiudere il gender pay gap attarverso la trasparenza salariale: in pratica le aziende auropee dovranno condividere le informazioni sugli stipendi e agire se il divario supera il 5%. L’EIGE accende un altro campanello d’allarme: i salari più bassi e la minore partecipazione al mercato del lavoro – grazie a lavori part time e interruzioni di carriera – producono un gap pensionistico del 25% a sfavore delle donne, un dato che, sebbene in calo – è diminuito di 8 punti dal 2015 – resta una criticità strutturale nell’Unione europea, visto che apre anche a rischi di povertà in età avanzata.

ISTRUZIONE | Più successi scolastici, ma meno carriere. Perché?
Se le giovani donne superano gli uomini in istruzione – ottengono risultati migliori e più continuativi rispetto agli uomini -, hanno poi difficoltà a tradurre i vantaggi conoscitivi in carriere e retribuzioni adeguate: tendenzialmente si indirizzano, infatti, verso professioni di cura come scuola o sanità, che offrono retribuzioni e opportunità di leadership limitate, alimentando i divari. L’EIGE ha calcolato che, a queste condizioni, ci vorranno almeno 200 anni prima che una vera eguaglianza – ovvero priva di pregiudizi e stereotipi – plasmi le scelte dei campi di studio e professionali. Si è riscontrato che, mentre ragazze e ragazzi mostrano livelli di rendimento simili in scienze e matematica nell’istruzione secondaria, le aspettative di genere li indirizzano verso campi universitari diversi: infatti, le donne rappresentano solo un laureato STEM su tre; al contrario, gli uomini sono sottorappresentati negli studi in campo educativo e psico-umanistico, il che influisce, per esempio, sul loro coinvolgimento futuro nel settore assistenziale. Le conseguenze di questo squilibrio sono già visibili: la grave carenza di manodopera nel settore tecnologico, sanitario e dell’assistenza sociale sta peggiorando, con conseguenze di peso in una società che invecchia e rivendica crescenti esigenze assistenziali. Senza un maggior numero di uomini nelle professioni sanitarie e assistenziali, si profila una crisi sociale.
POTERE | La scalata di Parlamenti e Governi, ma la tecnologia resta un mondo a parte
I progressi della parità di genere nei processi decisionali in politica, economia e società sono stati il principale motore del progresso dell’indice di parità dal 2020. Eppure, nonostante l’avanzata (un progresso di quasi 23 punti negli ultimi quindici anni), quella del potere resta l’area con il punteggio più basso di parità di genere (40,5 punti su 100), prova di persistenti disuguaglianze. Il potere economico rappresenta l’area che ha trainato i maggiori miglioramenti, grazie soprattutto alla direttiva UE e alle leggi nazionali sulle quote di genere nei consigli di amministrazione (la legge italiana è un punto di riferimento per molti Paesi, insieme a quella spagnola e francese), al punto che le donne oggi rappresentano il 34% dei CDA. Quanto al potere politico, la rappresentanza femminile nelle istituzioni sta raggiungendo una massa critica che comincia a influenzare l’agenda pubblica: nei Parlamenti le donne siedono sul 33% dei seggi, nei Governi sul 35%, nei Consigli regionali sul 32%. E, comunque, non c’è indice del rapporto EIGE più disomogeneo di quello della rappresentanza politica, che oscilla dagli 80.4 punti su 100 della Svezia ai 12.9 punti su 100 dell’Ungheria. Resta critico il dato sul potere in ambiti come lo sport – dove le donne ai vertici delle federazioni sono appena il 23% -, i media e le piattaforme tecnologiche: dal rapporto 2025 emerge che, sebbene le donne siano utenti attive, le decisioni su algoritmi e politiche dei dati sono prese quasi esclusivamente da uomini. Conseguenza: si sta profilando un nuovo tipo di divario decisionale destinato a influenzare il futuro.

TEMPO | Le disparità record dell’Italia (con qualche nuova ragione per sperare)
Le donne continuano a farsi carico di una quota sproporzionata dei lavori di cura e domestici non retribuiti, limitando il loro coinvolgimento nel tempo libero e nella vita pubblica. Sebbene stia gradualmente aumentando il coinvolgimento degli uomini, il divario di genere rimane ampio, soprattutto in termini di intensità: le donne che vivono nell’Unione europea hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di fornire assistenza ai figli per almeno 35 ore a settimana (41% rispetto al 20%). In Austria, Finlandia, Polonia e Cipro, il divario di genere è di circa 30 punti percentuali, mentre le differenze minori si riscontrano in Danimarca, Croazia e Francia. Un altro fattore chiave è il coinvolgimento quotidiano nelle faccende domestiche, come cucinare, pulire, fare il bucato, riportato dal 59% delle donne rispetto a solo il 33% degli uomini; il divario è molto ampio in Croazia, Cipro, Grecia e Italia, dove c’è una differenza di quasi 40 punti percentuali tra donne e uomini nel tempo dedicato alle faccende domestiche. Ma c’è ragione di sperare: lo stereotipo secondo il quale il ruolo più importante di una donna sia prendersi cura della casa e della famiglia mostra segni di erosione, con solo il 37% delle donne e il 40% degli uomini europei che condividono questa convinzione. Il calo più netto di consenso sullo stereotipo si registra in Finlandia, dove si è passati dal 39% delle donne e il 42% degli uomini nel 2017 rispettivamente al 20% e al 28% nel 2024; seguono Croazia, Grecia, Lettonia e Italia, dove, in media, il tasso di approvazione è sceso di 15 punti percentuali tra i due generi, una buona ragione, forse, per sperare anche qui.
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