Famiglia, scuola, ma anche tv e social: come insegnare l’educazione finanziaria ai giovani

Famiglia, scuola, ma anche tv e social: come insegnare l’educazione finanziaria ai giovani

L’educazione finanziaria non riguarda solo la capacità di fare un investimento o scegliere un mutuo conveniente. È una competenza trasversale, che incide anche sulle disuguaglianze, sul benessere economico-finanziario delle famiglie e, nel lungo periodo, sulla crescita di un Paese. Per questo è importante diffondere le competenze non solo tra i giovani, ma anche tra gli adulti e gli anziani, che spesso restano esclusi dai percorsi tradizionali, individuando strategie di formazione differenziate, che possano sfruttare diversi canali, come scuola e famiglia, ma anche televisione e social media.

Ne abbiamo parlato con Alessia Sconti, Assistant Professor di Economia degli intermediari finanziari all’Università degli Studi di Bergamo, che, attraverso vari progetti di ricerca, analizza l’impatto dell’educazione finanziaria lungo tutto l’arco della vita.

Professoressa Sconti, partiamo da una fotografia generale: qual è oggi il livello di competenze finanziarie dei giovani italiani?

Per avere un quadro solido bisogna considerare gli studi internazionali più accreditati, come le rilevazioni PISA-OCSE, da cui emerge un ritratto delle studentesse e degli studenti italiani di 15 anni, in confronto ad altri Paesi avanzati. I dati disponibili sul tema dell’educazione finanziaria a partire dal 2012 mostrano una situazione piuttosto chiara: l’Italia è mediamente indietro, ma soprattutto presenta un forte divario di genere. Siamo l’unico Paese da cui emerge una differenza così marcata: in tema di competenze finanziarie le ragazze ottengono risultati significativamente peggiori rispetto ai ragazzi. Questo non accade altrove, o comunque non con la stessa intensità. 

Da cosa dipende questo gender gap così specifico?

Questo aspetto ha attirato molta attenzione nella letteratura scientifica. Tra gli studi più importanti, c’è quello delle professoresse Laura Bottazzi e Annamaria Lusardi, pubblicato nel 2021, che analizza i dati PISA su un campione di circa 7.000 studenti. Quello che emerge è che questo divario affonda le radici in fattori culturali e sociali profondamente radicati nella storia italiana. Parliamo di stereotipi di genere, norme sociali, contesti familiari, livello di istruzione generale e anche sviluppo storico-economico dei territori. 

Può fare qualche esempio?

Le aree che in passato erano poli commerciali medievali e la struttura della famiglia nucleare hanno creato condizioni favorevoli alla trasformazione del ruolo delle donne nella società e, in quelle regioni, oggi osserviamo livelli più elevati di alfabetizzazione finanziaria tra i giovani, incluse le ragazze. In quei contesti, donne e uomini erano entrambi più esposti alle dinamiche economiche e finanziarie, e questo ha lasciato una traccia culturale di lungo periodo. Allo stesso modo nelle regioni con un livello di istruzione più elevato e norme sociali più egualitarie il divario si riduce rispetto alle regioni caratterizzate da modelli sociali più tradizionali e restrittivi. Un altro elemento fondamentale, poi, è il ruolo della famiglia: quando la madre si occupa delle decisioni finanziarie, le figlie sviluppano meno stereotipi e ottengono risultati migliori. Questo ci dice quanto i modelli di riferimento siano cruciali. In ogni caso, quando parliamo di giovani dobbiamo sempre considerare l’età e la fase del ciclo di vita: una studentessa o uno studente delle scuole superiori o dell’università (particolarmente in Italia) non ha ancora un reddito disponibile, quindi non può mettere in pratica molte delle competenze finanziarie che apprende. Diverso è il caso di un giovane o una giovane che ha già iniziato a lavorare: lì le competenze possono tradursi in azioni concrete. Questo è un punto cruciale anche per valutare l’efficacia delle politiche di educazione finanziaria: i risultati non sono immediati, ma maturano nel tempo.

Quali sono oggi le strategie per migliorare l’educazione finanziaria in Italia?

Negli ultimi anni sono stati fatti passi importanti. Dal 2017 esiste il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, che per sei anni è stato diretto dalla professoressa Lusardi. Sotto la sua guida è stata elaborata una Strategia nazionale che ha introdotto un approccio innovativo. Accanto agli strumenti tradizionali, come le attività di formazione a scuola e sul posto di lavoro, si è puntato molto sull’“edutainment”, cioè sull’integrazione di contenuti di educazione finanziaria nell’ambito dei media, dai programmi televisivi, come quiz e fiction, alla radio, alle piattaforme social. L’idea è quella di raggiungere le persone nei contesti che già frequentano, utilizzando linguaggi accessibili. Un passaggio fondamentale, poi, è arrivato con il Decreto Capitali del 2024, che ha reso obbligatoria l’educazione finanziaria in tutte le scuole di ogni ordine e grado, inserendola all’interno dell’ora settimanale di educazione civica. Non è una quantità enorme di tempo, ma è un primo passo strutturale molto importante.

Guardando all’estero, ci sono modelli di riferimento a cui l’Italia può ispirarsi?

Negli Usa, per esempio, una qualche forma di educazione finanziaria è stata introdotta già negli Anni 50-60 in alcuni Stati, e oggi sono almeno trenta gli Stati che prevedono corsi obbligatori di educazione finanziaria, tuttavia manca un vero coordinamento nazionale, quindi l’applicazione è molto disomogenea. Da questo punto di vista, invece, l’Italia rientra tra i circa 80 Paesi che hanno adottato una strategia nazionale coordinata, e questo è un punto di forza. Tra i modelli più interessanti, inoltre, ci sono sicuramente i Paesi nordici, in particolare la Finlandia, che si è posta l’obiettivo di diventare il Paese leader in Europa per educazione finanziaria entro il 2030. La Finlandia punta su alcuni elementi chiave, come iniziare molto presto la formazione sia a scuola o sul posto di lavoro che in ogni altro luogo di incontro, promuovere norme sociali fortemente egualitarie e apprendimento lungo tutto il corso della vita, offrire role model positivi anche alle ragazze e utilizzare in modo intelligente i media e l’intrattenimento.

Ha citato l’uso della tv e dei social media. Che riscontro avete rispetto alla loro efficacia?

Le evidenze ci dicono che sembrano soluzioni che funzionano. Un esempio molto noto viene dal Sud Africa, dove è stata realizzata una telenovela con l’obiettivo di ridurre il gioco d’azzardo patologico. Attraverso una storia coinvolgente e personaggi credibili, si è riusciti non solo ad aumentare le conoscenze finanziarie delle persone, ma anche a modificare i comportamenti scorretti. In Italia messaggi di educazione finanziaria sono stati inseriti, ad esempio, nella soap opera “Un posto al sole” e nel quiz show “L’Eredità”. Io stessa, insieme ad un team di esperti internazionali chiamati a partecipare dalla Prof.ssa Lusardi, sto lavorando alla valutazione dell’impatto di queste iniziative. L’idea, in questi casi, è quella di raggiungere soprattutto adulti, donne e anziani, che sono tra i soggetti più vulnerabili, ma anche quelli che trascorrono più tempo davanti alla televisione. 

Nelle sue ricerche si è occupata in modo specifico della Generazione Z. Che cosa ne è emerso?

Uno dei miei principali studi pubblicati ha coinvolto le alunne e gli alunni tra i 16 e i 18 anni in un liceo scientifico di Reggio Calabria. Ho messo a confronto due diverse tipologie di educazione finanziaria: la prima tradizionale, in presenza, con lezioni frontali tenute da un consulente finanziario; l’altra digitalizzata, basata su quiz, video brevi e giochi, anche grazie al materiale fruibile gratuitamente del Museo del Risparmio di Torino. Nel breve periodo entrambi i corsi sono risultati efficaci nell’aumentare le conoscenze finanziarie, tuttavia, a distanza di alcuni mesi, l’effetto è risultato più duraturo per chi ha seguito il corso tradizionale. Questo apre una riflessione importante, anche per le politiche pubbliche: i corsi digitali sono molto più scalabili e meno costosi, ma quelli in presenza sembrano avere un impatto più persistente, bisogna quindi valutare attentamente pro e contro di ciascuna soluzione. Un altro studio, condotto alle scuole medie insieme a colleghi dell’Università degli Studi di Catania, ha mostrato come l’educazione finanziaria precoce possa migliorare le cosiddette scelte intertemporali, cioè la capacità di prendere decisioni oggi tenendo conto degli effetti futuri. Parliamo di concetti alla base del risparmio e degli investimenti finanziari, che prevedono pazienza e capacità di progettazione di lungo periodo andando quindi oltre le semplici nozioni teoriche.

Leducazione finanziaria è importante a livello individuale, ma ha effetti anche sul Paese nel suo complesso.

Sì, anche in maniera sorprendente, come emerge da uno studio già pubblicato condotto con Giovanni Gallo, Professore Associato di Scienza delle Finanze dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, utilizzando dati della Banca d’Italia. Abbiamo simulato che cosa accadrebbe se anche solo il 10% della popolazione adulta passasse da una totale mancanza di alfabetizzazione finanziaria a un livello di competenze di base (ossia rispondere correttamente a domande su inflazione, calcolo dell’interesse e diversificazione del rischio seguendo l’approccio di Lusardi e Mitchell 2011). A questo piccolo miglioramento delle conoscenze sarebbe associato un aumento medio del reddito disponibile per tutta la popolazione, non solo per chi ha migliorato le proprie competenze. Parliamo di un importo equivalente a oltre 200 euro al mese, un impatto paragonabile a una misura di politica redistributiva da 7 miliardi di euro, ma che potrebbe essere ottenuto con investimenti molto più contenuti. Questo dimostra come l’educazione finanziaria possa essere una politica sociale universale, grazie alle sue potenziali influenze sui livelli di disuguaglianza”.

Ricevere competenze finanziare da giovani può influenzare anche lo spirito e la capacità imprenditoriale in futuro? 

Le evidenze sono ancora poche, ma molto promettenti. Uno studio recente condotto in Brasile, pubblicato nel 2025, ha seguito per quasi dieci anni oltre 16.000 studenti che avevano frequentato un corso di educazione finanziaria alle scuole superiori. I risultati mostrano una minore probabilità di fare ricorso a forme di credito costose, meno ritardi nei pagamenti e, soprattutto, una maggiore propensione all’imprenditorialità. L’ipotesi è che le competenze finanziarie aumentino la capacità di valutare rischi e opportunità, rendendo più accessibile l’idea di avviare una propria attività.

Si parla molto di educazione finanziaria per i giovani, ma più raramente per gli anziani. Perché è importante occuparsene?

È un tema centrale, soprattutto in un Paese che invecchia come l’Italia. Gli anziani sono spesso fuori dal sistema educativo e lavorativo, ma al tempo stesso dispongono di una maggiore ricchezza accumulata durante la vita professionale. Inoltre, sono particolarmente vulnerabili: sono maggiormente soggetti al rischio di frodi, oltre a subire gli effetti di un naturale decadimento cognitivo, che può compromettere la qualità delle decisioni economico-finanziarie. A questo proposito, nell’ambito di uno studio in collaborazione con colleghi dell’Università degli Studi di Verona, abbiamo offerto corsi di educazione finanziaria brevi ad adulti iscritti all’Università degli Adulti e Anziani del Vicentivo, come seminari della durata di sole due ore, pensati per una popolazione adulta e anziana delle province di Verona e Vicenza. 

Che cosa ne è emerso?

I risultati hanno mostrato che, quando i corsi sono troppo brevi, ovvero al di sotto delle otto ore, che la letteratura individua come durata minima per un intervento efficace, l’effetto principale non è tanto l’aumento delle competenze reali, quanto la crescita della fiducia nelle proprie capacità. Questo può anche essere un risvolto positivo, perché può spingere le persone a tradurre le proprie conoscenze in azioni concrete. Tuttavia, quando la fiducia cresce più delle competenze effettive, il rischio è quello dell’overconfidence, cioè la tendenza a sopravvalutare le proprie capacità. L’educazione finanziaria rivolta agli adulti e agli anziani è dunque fondamentale, ma deve essere strutturata attentamente a seconda dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Per un reale consolidamento delle conoscenze servono percorsi sufficientemente lunghi e approfonditi.