È l’autunno del 1965. Alla Fiera Campionaria di New York, in mezzo a colossi dell’elettronica americana, appare una macchina compatta, elegante, graziosa nei modi. Una macchina nuova. Non occupa una stanza, non richiede tecnici in camice bianco. Sta su una scrivania e per quei tempi fa qualcosa di inaudito: permette a una persona sola di programmare, calcolare, memorizzare. È la Olivetti Programma 101, comunemente nota come P101. Non viene presentata come una rivoluzione, ma in fondo lo è e soprattutto lo sarà. Perché dentro quella macchina convivono elettronica e meccanica, rigore ingegneristico e design industriale, software ante litteram e una visione radicale: portare il calcolo fuori dai centri di potere e metterlo nelle mani delle persone. Un’idea quasi sovversiva, se letta con gli occhi dell’epoca. Certamente un’innovazione di frontiera e quasi clandestina.
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Una storia incredibile
La P101 nasce a Ivrea, nel cuore di un’azienda che già allora giocava una partita diversa in un campionato tutto da inventare per i canoni nostrani. Olivetti non era solo una fabbrica perché rappresentava – e ancora oggi rappresenta – un laboratorio sociale, culturale, industriale. Olivetti investiva in elettronica mentre l’Italia era ancora identificata soprattutto con la meccanica. Un azzardo. O forse un’intuizione. E anche – oggi possiamo dirlo senza timore di essere smentiti – una corsa contro il tempo.

Il team che lavora alla P101 è ristretto. Le risorse non sono infinite. Invece le pressioni sì. Si sperimenta, si sbaglia, si ricompone. Un gioco di squadra silenzioso, raccontato oggi da chi c’era, che rende ancora più potente la storia: perché il futuro, spesso, nasce in stanze piccole, anguste, alle periferie dell’impero, lontano dai riflettori e dalle opportunità metropolitane. Ma all’epoca non tutto poteva essere detto, mostrato, rivendicato apertamente. Lo racconta bene Gastone Garziera, progettista classe 1942. Nasce a Sandrigo, nel vicentino, in tasca un diploma di perito elettrotecnico all’ITIS Alessandro Rossi di Vicenza nel 1961. Entra subito in Olivetti come perito elettrotecnico. Viene assunto da Mario Tchou. Come primo incarico entra alle dipendenze dell’ingegnere Giovanni De Sandre nel team di Pier Giorgio Perotto per lo sviluppo del Programma 101, quello che appunto verrà ribattezzato il primo desktop computer commerciale al mondo. Tempi serrati, pressioni interne ed esterne, la consapevolezza di fare qualcosa di enorme senza avere ancora le parole per dirlo. All’epoca non si parlava di personal computer, non si declinava in modo ossessivo il concetto di user experience e certamente non si alludeva all’ecosistema digitale. Eppure in quel prodotto frutto di intuizione geniale, studio matto e disperatissimo e gioco di squadra c’era già tutto. Ce lo ha raccontato su StartupItalia anche Roberto Bonzio, nostra Firma dal Futuro: con il suo progetto Italiani di Frontiera, lasciati stipendio e redazione alla Reuters, ha iniziato quindici anni fa a incontrare e raccontare grandi innovatori in Silicon Valley e non solo, incrociando le loro storie con quelle di visionari ed esploratori del passato per definire cos’è il talento italiano. Qui potete leggere il suo racconto di quel miracolo, che di miracoloso aveva ben poco. Perché c’era sì coraggio da vendere ma anche tanta preparazione, visione, lungimiranza.

Nuovo paradigma tecnologico
P101 è l’idea di futuro declinata con discrezione, spesso lontano dai riflettori, quasi in clandestinità. Un’innovazione di frontiera, costruita da squadre piccole e visionarie, capace però di parlare al mondo. Sessant’anni fa quella visione aveva un nome che sembrava un codice industriale e invece era una dichiarazione di intenti: Programma 101. Torniamo al 1965: mentre i computer erano grandi come stanze e destinati a pochi specialisti, Olivetti decise di cambiare le regole del gioco e di portare il calcolo su una scrivania. Compatto, programmabile, pensato per essere usato da una sola persona. Oggi lo chiameremmo personal computer. Allora non esisteva ancora nemmeno il linguaggio per dirlo. La stampa internazionale lo capisce subito: Business Week parla di una svolta nel modo di concepire il calcolo. Decenni dopo, IEEE Spectrum lo definirà uno dei primi veri computer personali capace di unire elettronica, usabilità e design industriale. Numerosi osservatori internazionali torneranno più volte su quel momento, indicando la P101 come l’oggetto che ha anticipato un intero paradigma tecnologico. In fondo non era solo una macchina. Era una visione culturale.
La voce del fuoriclasse
Torniamo a Garziera. Ingegnere elettronico, progettista, uomo di metodo più che di proclami. Ha visto che il calcolo poteva diventare personale, ha visto che la programmabilità non doveva restare appannaggio dei grandi centri di potere, ha visto che la tecnologia, per incidere davvero, doveva essere usabile, non intimidatoria. È per questo che oggi viene indicato come uno degli “ultimi fuoriclasse” di quella stagione, o almeno così abbiamo deciso di fare noi di StartupItalia, inserendolo tra i 100 innovatori dell’anno e tributandogli il premio speciale al SIOS25. non solo per ciò che ha fatto, ma per come l’ha fatto. La P101 non è nostalgia industriale ma lezione contemporanea. Lo ricorda bene anche il Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano, che conserva un esemplare come simbolo di un’epoca in cui l’Italia era al centro dell’innovazione elettronica globale. Lo ribadiscono la Fondazione 101 o ancora la Fondazione Adriano Olivetti e i grandi archivi di storia dell’informatica: quella macchina avrebbe anticipato i concetti che diventeranno mainstream solo anni dopo, negli Stati Uniti.
Nel tempo dell’hype continuo e dell’innovazione urlata, la P101 ci ricorda che le vere rivoluzioni spesso non fanno rumore. Nascono dall’incontro tra competenza, coraggio e fiducia nel capitale umano. Garziera racconta un’Italia che sapeva investire sul lungo periodo. Un’Italia che non inseguiva mode, ma costruiva infrastrutture di futuro. Un’Italia che forse ha perso più di un’occasione e che oggi ha il dovere di ricordare. Non per celebrare, ma per imparare. Sessant’anni dopo, questa storia torna a parlare. E lo fa con la voce di uno dei suoi protagonisti. Abbiamo intervistato Garziera durante il SIOS25 in un videopodcast prodotto da Likeabee A dialogare con lui, oltre al sottoscritto, c’è Roberto Bonzio. È un breve viaggio nella visione, nel metodo, nella responsabilità dell’innovazione. Un messaggio che riparte dal passato, ma guarda alle generazioni future. Perché – come ha ripetuto Garziera – senza i giovani innovatori non c’è domani.