«I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli» Cosa ci insegnano le storie di Roberto Baggio e Giancarlo Alessandrelli

«I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli» Cosa ci insegnano le storie di Roberto Baggio e Giancarlo Alessandrelli

Un nuovo anno inizia sempre con nuovi propositi. Ma per quanto ci piaccia immaginare l’anno nuovo come un foglio bianco, chiunque faccia impresa sa che quel foglio porta con sé i segni, le pieghe e a volte le macchie di inchiostro dei mesi precedenti.

francesca corrado fallimento

In questa prima puntata del 2026 della rubrica A lezione di fallimento, non celebriamo i buoni propositi da pagina bianca. In modo più controintuitivo celebriamo le macchie e le pieghe per valorizzarle. Raccontiamo le cadute che hanno fatto rumore e le sconfitte divenute memorabili per cominciare l’anno tenendo a mente che insegna più una sconfitta di una qualsiasi vittoria. Persino quando la vittoria è ancora lontana. È lo sport a ricordarcelo. Certo lo sport non è la vita reale. La vita reale è più complessa di 20 tappe di giro, di 100 metri di stile libero in vasca o 90 minuti corsi su un campetto verde. Ma possiamo considerare lo sport come la vita in condizione di laboratorio. Lo sport, e più in generale il gioco, simula gli alti e bassi della vita, l’imprevedibilità del caso, gli eventi inattesi, la sconfitta, la gioia o la frustrazione nostra e degli altri.

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Chiunque ha praticato uno sport in cui c’era un pubblico a tifare con o remare contro, conosce bene la vergogna che si prova nel compiere un errore, peggio ancora se grottesco. Il pubblico, infatti, è sempre pronto a criticare i colpevoli di sviste clamorose, soprattutto in caso di sconfitte dal sapore amaro. Il giudizio del pubblico può, a seconda del nostro mindset, spingerci a rimanere in partita senza perdere la concentrazione, a sdrammatizzare l’accaduto o può indurci a compire qualche forma di autopunizione fino al punto di decidere di lasciare il campo.

Il paradosso del gioco e dello sport è che, sebbene possiamo provare un forte senso di tensione e vergogna che sfocia in frustrazione per il mancato risultato, questo non ci impedisce di continuare a giocare. Odiamo perdere, ma se dovessimo vincere sempre non troveremmo stimoli nel giocare ancora. Vincere significa accettare la possibilità di perdere. E allora saremo felici anche di un epic fail, perché la difficoltà della conquista ci permette di apprezzare maggiormente il valore di ogni piccola o grande conquista.

I tre gol di Giancarlo Alessandrelli

«Il mio amico Giancarlo Alessandrelli. Eravamo due ragazzotti quando giocavamo nella Juve. O meglio, io giocavo, lui no. E quell’ unica volta che l’ha fatto… sarebbe stato meglio di no». Inizia con queste parole di Dino Zoff il libro Una storia bella. La mia vita in due tempi, scritto da Alessandrelli a due mani con Francesca Muzzi. Giancarlo Alessandrelli è considerato una promessa del calcio italiano. Scavalca la recinzione dello Stadio Olimpico dopo che se ne erano andati via

tutti. «Mi piazzavo in porta e sognavo di diventare, un giorno, un portiere di serie A. Stavo lì da solo, muovendomi tra i pali e immaginando di essere protagonista».

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Il suo sogno aveva i colori del bianco e nero. Fin da bambino sentiva addosso il peso e l’orgoglio della maglia juventina. Sogno realizzato, purtroppo per lui come ricorda il suo compagno di squadra, Dino Zoff. A notarlo non uno qualsiasi ma Luciano Moggi, a quel tempo ferroviere a tempo pieno e osservatore di calcio a tempo perso. Il suo sogno si realizza due volte.

Una prima volta Torino lo accoglie. Ha solo 14 anni e un carattere che lui stesso definirà spaccone e caciarone. Carattere che mal si coniugavano con lo stile della Juventus. La cacciata dalla squadra avvenne lentamente, prima con le parole, sostituendo il tuo con il lei. Poi con le azioni, lasciandolo in panchina prima e comunicandogli che non era «adatto alla società e al club» poi.

Una seconda volta, qualche anno dopo. Arriva a Torino, dopo due ottime stagioni alla Ternana e all’Arezzo, nel ruolo di riserva di Dino Zoff. Zoff aveva quasi 35 anni, Alessandrelli 22. Il che faceva sperare alla giovane promessa di riuscire a prendere, un giorno non molto lontano, il posto da titolare. Purtroppo per lui Zoff è uno dei pochi portieri di serie A ad aver giocato, fino a 42 anni, undici campionati consecutivi senza mai saltare una partita. «Naturalmente in tutti quegli anni Zoff non ebbe mai neanche un raffreddore, e anche una volta che si era infortunato al dito di una mano volle giocare lo stesso. Niente! Zoff giocava sempre, anche nelle amichevoli più insignificanti in porta ci stava lui. Sempre e solo lui!»

E Alessandrelli? Fisso in panchina a tempo indeterminato. Gli permisero di portare una radiolina per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto. “Radiolina”, questo il suo nuovo nomignolo, comunicava ai compagni i risultati in diretta delle altre partite. Tutte le domeniche eccetto una.

A Torino si giocava l’ultima partita di campionato contro l’Avellino. È il 13 maggio del 1979, inizio del secondo tempo. La Juventus è avanti di 3 punti. Trapattoni guarda il giovane portiere e gli chiede: «Vuoi entrare?». Lui risponde di sì.

Fino a quando aveva giocato Zoff, l’Avellino non aveva mai superato il centrocampo. Dall’ingresso in campo di Alessandrelli, la squadra avversaria supera con disinvoltura la linea mediana. Alessandrelli riesce nell’impresa di subire tre gol in ventisei minuti. Allo sbigottimento, segue la rabbia e la delusione. Peggiore partita della sua vita, non c’è dubbio. Ma il tempo è maestro di prospettiva. O, come ha dichiarato lo stesso ex numero 12, «la vita riserva sempre sorprese. Anche quando le cose sembrano andare male».

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Quell’unica partita di campionato giocata e persa, alla fine, ha fatto la sua fortuna, perché ricorda lo stesso «mi ha reso famoso». Continua Alessandrelli ripensando al suo passato da atleta e calciatore, «mi viene da dire che nel mio destino era scritto che, qualsiasi sport avessi fatto, avrei trovato sempre trovato uno Zoff sulla mia strada. Sarei sempre arrivato secondo». Quei tre gol lo hanno portato al Maurizio Costanzo Show, a Sfide, alla Domenica Sportiva, a Carràmba! Che sorpresa portandolo alla ribalta del grande pubblico. E a intessere relazioni grazie alle quali ha giocato al meglio il suo secondo tempo da imprenditore del Pepero Club prima e del Billionaire poi.

«Per decenni chiunque mi ha identificato in quell’ episodio. Addirittura una volta i Carabinieri che mi avevano fermato a un posto di blocco mi chiesero: Giancarlo Alessandrelli, il portiere della Juve, quello che prese i tre gol? E questo mi inorgogliva. Come mi inorgoglisce tuttora. Alessandrelli, quello della Juve? Sì, sono io, quello della Juve».

Quel calcio di rigore di Roberto Baggio

Pasadena, 17 luglio 1994. L’orologio al Rose Bowl indica le 12.30. Il termometro segna un caldo che toglie il fiato, ma non è nulla rispetto alla pressione che graverà su Roberto Baggio. L’Italia arriva in finale grazie ai gol del Divin Codino. E’ lui a trascinare una nazione intera sulle sue gambe acciaccate da un infortunio. Il commissario tecnico azzurro Sacchi non vuole schierarlo, ma Baggio insiste per esserci. 94mila sono gli spettatori. Per l’Italia sembra una giornata fallimentare. Primo tempo e secondo tempo in un equilibrio a tratti quasi noioso.

Per la prima volta nella storia, il titolo sarà assegnato ai calci di rigore. Saranno i tempi supplementari a decretare la squadra campione del mondo. Il primo ad andare sul dischetto è il capitano azzurro Franco Baresi. Tiro troppo alto. Segnano Albertini ed Evani. Sbaglia anche Massaro. Tiro parato. 3 a 2 per il Brasile. Tocca a Roberto Baggio tirare l’ultimo rigore della prima serie. Il campione azzurro si ritrova a undici metri dalla gloria. O dal baratro. Prende una lunga rincorsa. Il pallone finisce alto sopra la traversa. Il Brasile è campione del mondo.

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Baggio si mette le mani sui fianchi e china la testa. «Dopo aver sognato per milioni di notti di realizzare questo sogno poi non ci sono riuscito». In un solo tiro ha perso il mondiale, il titolo di miglior giocatore del mondo, il secondo pallone d’oro di fila. A oltre vent’anni di distanza, Roberto Baggio ha dichiarato che gli capita ancora di ripensare a quel rigore come a un incubo. «L’unico rigore della mia vita che abbia tirato alto, gli altri che ho sbagliato me li hanno parati i portieri». Quando Roberto Baggio ha terminato la sua carriera da calciatore nel 2004, i numeri raccontavano una verità che spesso dimentichiamo. L’eccellenza non è assenza di errori. Su 133 volte che si è presentato sul dischetto per calciare un rigore, per 113 volte ha vinto la sfida contro la pressione, fallendo solo in 20 occasioni. Quel tasso di realizzazione dell’85% lo consacra tra i migliori rigoristi della storia. Ma è quell’unico errore commesso a Pasadena che è divenuto memorabile per molti.

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A distanza di 30 anni, il 17 luglio del 2024, Baggio ha ricordato il giorno che avrebbe voluto dimenticare con queste parole che possono per noi essere fonte di ispirazione per questo nuovo anno. «La vita non è sempre facile. Se lo fosse non cresceremmo né progrediremmo come esseri umani. Se riusciamo in qualcosa siamo spesso invidiati; se manchiamo uno scopo siamo ridicolizzati e attaccati. Purtroppo le persone sono così. Dolore e sofferenze inattese possono ritrovarsi sul cammino di ognuno. Ma è proprio nel momento in cui incontrate queste prove che non vi dovete far sconfiggere. Non mollate mai. Non retrocedete mai».

Lo sport ci insegna che si può essere i più forti del mondo e, nello stesso istante, fallire miseramente. E che, nonostante quell’incubo che ritorna, la vita continua a chiamarti sul dischetto.

Le 3 regole d’oro per il nuovo anno

La Regola del dischetto: Quando sei chiamato all’azione hai due possibilità: tirarti indietro o metterti in gioco. Alessandrelli e Baggio avrebbero, per motivi diversi, potuto fare un passo indietro, lasciare che qualcun altro si prendesse la responsabilità. Invece hanno scelto il coraggio di esserci. La presenza è valore.

La Regola dell’errore inedito: Anche quando siamo i migliori, anche quando siamo preparati, può verificarsi un’anomalia. E’ un fatto di cui prendere semplicemente atto. L’errore non definisce il talento di Baggio, lo contesta solo temporaneamente. In altri casi l’analisi dell’eccezione suggerisce di non misurare il potenziale utilizzando un unico test. Il talento di una riserva non matura nel riposo della panchina. La riserva per poter eccellere deve abitare il campo. Ha bisogno di minuti di polvere e di sconfitte per trasformare ogni errore di oggi in una vittoria domani.

La Regola del post partita: Il fallimento non si cancella, ma si metabolizza. Non è una macchia da nascondere, ma una cicatrice che testimonia quanto abbiamo amato la sfida che siamo stati chiamati a giocare.