Il registro elettronico e il link pubblico: quando la sicurezza è solo apparente. Specie a scuola. Il caso Nuvola

Il registro elettronico e il link pubblico: quando la sicurezza è solo apparente. Specie a scuola. Il caso Nuvola

A volte non serve un attacco hacker. Non serve un ransomware. Non serve una violazione sofisticata. Basta un link. Il caso emerso nei giorni scorsi e raccontato da Fanpage ha riportato al centro una questione che riguarda non solo le scuole, ma tutte le aziende che gestiscono dati online: la differenza tra “accessibile” e “protetto”.

Al centro della vicenda c’è Nuvola, il registro elettronico utilizzato in migliaia di istituti italiani. Secondo quanto ricostruito, attraverso semplici ricerche su Google sarebbero stati individuabili documenti contenenti copie di documenti di identità di personale scolastico, caricati e indicizzati online. Nessuna intrusione forzata. Nessuna password violata. Solo documenti pubblicamente raggiungibili.

Il falso senso di sicurezza del “cloud”

Il punto non è il singolo episodio. Il punto è il meccanismo. Molte organizzazioni – scuole, PMI, startup – caricano documenti su piattaforme cloud pensando che il semplice fatto di non pubblicarli “attivamente” li renda protetti. Ma nel mondo digitale esiste una distinzione cruciale: un file può non essere visibile sul sito, ma essere comunque accessibile se il link è pubblico o indicizzabile. È qui che nasce il problema.

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Nel caso del registro elettronico Nuvola, sviluppato dalla società Madisoft, la questione non riguarda tanto la volontà di esporre dati, quanto l’assenza di un controllo adeguato sulla configurazione e sull’indicizzazione dei documenti. E quando si parla di documenti di identità, la soglia di rischio non è bassa.

Non è solo un tema tecnico

Dal punto di vista privacy la questione non è limitata alla “fuga di dati”. Il GDPR introduce un principio più ampio: l’accountability. Chi tratta dati personali deve essere in grado di dimostrare di aver adottato misure tecniche e organizzative adeguate al rischio.

Questo significa che non basta dire “non c’è stato un attacco”. Bisogna dimostrare che l’architettura del sistema impediva, per progettazione, l’accesso non autorizzato o l’indicizzazione pubblica. Quando i documenti riguardano personale scolastico e includono copie di carte di identità, il rischio non è solo teorico. È un rischio concreto di utilizzo illecito, furto di identità, esposizione indebita. E a quel punto la domanda diventa inevitabile: le misure adottate erano proporzionate alla natura dei dati trattati?

Un problema sistemico

Quello che rende interessante questo caso per l’ecosistema startup è che il meccanismo è diffusissimo. Caricamento di documenti su piattaforme cloud. Condivisione tramite link. Mancanza di scadenze automatiche. Assenza di controllo sull’indicizzazione.

Molte startup HR, fintech, edtech o SaaS gestiscono copie di documenti di identità per onboarding, KYC, contrattualizzazione. Se un documento è raggiungibile tramite un link diretto e quel link viene intercettato o indicizzato, il rischio è identico. Non serve un attacco sofisticato. Serve una configurazione sbagliata.

Data breach o semplice esposizione?

Un altro tema giuridico centrale è la qualificazione dell’evento. Se i documenti erano effettivamente accessibili a chiunque tramite motore di ricerca, ci si trova di fronte a una possibile violazione dei dati personali.

E in caso di violazione, il GDPR prevede obblighi precisi: valutazione del rischio, eventuale notifica al Garante, comunicazione agli interessati nei casi più gravi. Ma al di là degli obblighi formali, il danno reputazionale è spesso il vero problema. Quando la fiducia viene meno, il rapporto con utenti, clienti o istituzioni si incrina.

La lezione per le startup

Molte aziende digitali pensano che la sicurezza coincida con la non visibilità pubblica. Non è così. La sicurezza è configurazione corretta. È controllo sugli accessi. È gestione dei permessi. È monitoraggio continuo dell’esposizione online.

Il caso Nuvola dimostra che il rischio non è sempre un hacker nell’ombra. A volte è un file caricato senza verificare come viene trattato dal sistema. Nel 2026 la vera differenza competitiva non è solo avere una piattaforma scalabile.

È poter dimostrare che quella piattaforma è progettata per proteggere i dati, anche quando nessuno sta guardando. Perché nel digitale il problema non è ciò che pensiamo di aver nascosto. È ciò che, senza accorgercene, abbiamo reso pubblico.