La foresta numerata. Quando l’algoritmo ci toglie la capacità di stupirci e stare nel presente

La foresta numerata. Quando l’algoritmo ci toglie la capacità di stupirci e stare nel presente

Immagina di camminare in una foresta. Alberi grandi e piccoli, piante di colori diversi, la luce che filtra tra le foglie. Sei immersa nella bellezza, senza pensare a nulla. Poi qualcuno arriva e mette un numero su ogni albero e ogni pianta: questo è un 6, questo è un 7, quello laggiù vale appena un 4. Improvvisamente l’esperienza cambia. Non vedi più la foresta. Vedi confronto, separazione, giudizio.

È la metafora che Soren Gordhamer usa per descrivere cosa fanno i social media alla nostra mente. Gordhamer non è un critico della tecnologia da poltrona: è il fondatore di Wisdom 2.0, la conferenza che dal 2010 riunisce i leader della Silicon Valley per parlare di consapevolezza e innovazione. Ha conosciuto personalmente molti dei creatori di queste piattaforme. Sa come sono nate, quali intenzioni c’erano all’inizio. E proprio per questo la sua analisi è tanto più preziosa.

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L’architettura invisibile dell’ansia

In una recente conversazione con Sharon Salzberg per il suo podcast sull’ansia, Gordhamer ha condiviso una riflessione che mi ha colpito: “Le persone che hanno creato questi sistemi non erano malvage. Ma hanno costruito qualcosa di cui non comprendevano appieno le implicazioni”. Prova a sentire nel corpo cosa succede mentre leggi questa frase. C’è qualcosa di diverso rispetto alla solita narrazione dei cattivi delle Big Tech che ci manipolano per profitto.

La verità è più sfumata e più inquietante. Gordhamer ricorda quando da bambino guardava la televisione: le pubblicità erano all’inizio, sapevi riconoscerle, e soprattutto non sapevano nulla di te. Oggi l’algoritmo ti conosce meglio di quanto tu conosca te stessa. Sa quando sei vulnerabile, quando cerchi validazione, quando l’ansia ti spinge a controllare compulsivamente. E usa questa conoscenza non per nuocerti, ma semplicemente per tenerti incollata allo schermo. Il sistema è progettato per l’engagement, qualsiasi cosa lo generi verrà rinforzata.

Nel suo nuovo libro “The Essential: Discovering What Really Matters in an Age of Distraction”, uscito a maggio 2025, Gordhamer formula il paradosso in modo cristallino: “Gli algoritmi cercano di convincerci che tutto ciò che non è essenziale nella vita — il nostro status, cosa ha fatto una celebrity — sia essenziale. E tutto ciò che è davvero essenziale — il tempo con gli amici, il tempo nella natura — non lo sia”. È un’inversione sistematica dei valori che opera al di sotto della nostra consapevolezza, ogni volta che apriamo un’app.

Il peso del somebody-ness

C’è un passaggio dell’intervista che mi ha fatto fermare. Gordhamer racconta di quando lavorava nell’ufficio di Richard Gere, collaborando a progetti umanitari. Le persone rispondevano alle sue email immediatamente, tutti volevano associarsi a quel nome. Poi ha lasciato quel lavoro. E le stesse persone hanno iniziato a rispondere molto più lentamente, a volte non rispondevano affatto.

“Ho perso il mio somebody-ness“, dice con quella leggerezza che arriva solo dopo anni di pratica contemplativa. Il suo amico Ram Dass, il grande maestro spirituale americano, gli diceva: non cercare di essere qualcuno, ma attenzione — cercare di essere nessuno sarebbe comunque cercare di essere qualcuno. È una trappola sottile, che i social media hanno trasformato in modello di business. Il punto non è quale numero hai nella foresta. Il punto è smettere di guardare i numeri.

Questo mi fa pensare a quanti founder e professionisti vedo nel mio studio di psicoterapia. Arrivano esausti dalla corsa a dimostrare qualcosa, a qualcuno, da qualche parte. Gordhamer osserva che per molti uomini — e uso questa parola perché lui la usa esplicitamente — la vergogna è il driver nascosto delle loro vite. La voce interna che dice: non sei abbastanza. E allora corri, accumuli successi, like, follower, fatturato. Ma nessuna condizione esterna può risolvere ciò che non è risolto all’interno. Puoi diventare miliardario e sentirti ancora inadeguato. Puoi avere milioni di follower e sentirti solo.

Il corpo sa prima della mente

Quello che mi colpisce dell’approccio di Gordhamer è che non predica il rifiuto della tecnologia. Ha organizzato conferenze dove meditavano insieme ingegneri di Google e Facebook, monaci buddisti e venture capitalist. Sa che la soluzione non è tornare indietro. La domanda è un’altra: possiamo usare questi strumenti restando presenti a noi stessi? Possiamo tenere in mano uno smartphone senza che sia lui a tenere in mano noi?

La prossima volta che senti l’impulso di controllare il telefono, prova a fermarti un istante prima del gesto. Nota cosa c’è nel corpo. Tensione nel petto, irrequietezza nelle mani, un sottile disagio che cerca distrazione. Non devi fare nulla con queste sensazioni. Solo vederle. Questo è già mindfulness applicata alla vita digitale: non una tecnica per essere più produttivi, ma la capacità di scegliere consapevolmente invece di reagire automaticamente. È la differenza tra vivere e essere vissuti dall’algoritmo.

Gordhamer racconta di essere andato in spiaggia con la sua compagna e di aver passato il tempo a guardare i bambini di due e tre anni giocare. “Hanno così tanta gioia e non gli importa nulla della politica o di tutto il resto”. Non è nostalgia per l’infanzia. È il riconoscimento che quella capacità di essere completamente presenti all’esperienza non l’abbiamo persa. L’abbiamo solo sepolta sotto strati di notifiche, confronti e la sensazione perenne di non essere abbastanza. È ancora lì, accessibile, nel momento in cui smettiamo di cercare altrove.

La scelta che abbiamo

Stiamo attraversando quella che Gordhamer definisce una profonda trasformazione globale. Non sappiamo dove ci porterà. Lui stesso ammette di non avere certezze sul futuro, solo la convinzione che il modo in cui ci stiamo dentro faccia la differenza. Possiamo continuare a guardare i numeri sugli alberi, a misurare il nostro valore in like e metriche. Oppure possiamo, ogni tanto, alzare lo sguardo e vedere di nuovo la foresta.

La tecnologia non sparirà. Ma la nostra capacità di stupirci, di connetterci davvero, di sentire la vita invece di misurarla — quella dipende solo da noi. Non serve andare in ritiro su una montagna. Basta un respiro consapevole prima di aprire Instagram. Basta notare cosa cerca il corpo quando la mano si muove verso il telefono. Basta ricordarsi che dietro ogni schermo c’è un essere umano, e che quell’essere umano siamo anche noi.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai camminato in una foresta, vera o metaforica, senza contare nulla?