La voce di Pegah Moshir Pour: «L’Iran non è solo regime, velo e repressione. Vi racconto perché lì cova un Paese giovane e che ha voglia di vivere»

La voce di Pegah Moshir Pour: «L’Iran non è solo regime, velo e repressione. Vi racconto perché lì cova un Paese giovane e che ha voglia di vivere»

«L’Iran è un Paese bellissimo, ma pieno di contraddizioni. Non è solo la nazione del regime, del velo, della repressione. È uno Stato giovane, attivo, vivo. È il Paese delle università piene, delle ragazze che studiano ingegneria e medicina. Ma anche quello dove le donne vengono picchiate e uccise per una ciocca di capelli. È il Paese della poesia e della bellezza, ma anche quello dei massacri. L’Iran non è una cosa sola».

eleonora chioda venti di futuro

Pegah Moshir Pour è in treno. Sta tornando da Roma, dove ha partecipato a una manifestazione in solidarietà con il popolo iraniano, represso da fine dicembre da una campagna brutale e senza precedenti «Non dobbiamo smettere di parlare di Iran né far mancare il nostro sostegno agli iraniani».

Lei è iraniana e cittadina italiana. Attivista, scrittrice, ingegnera, architetta, mamma. Ha 34 anni. È arrivata in Italia da Teheran a 9 anni. Era il 1999. Destinazione: Basilicata. Ma dall’Iran è come se non se ne fosse mai andata. Pegah è una delle voci più autorevoli e ascoltate in Italia. Attraverso il suo lavoro di divulgazione racconta da sempre le violazioni dei diritti umani in Iran. Da settimane, il Paese è attraversato da violenze e repressioni. «In Iran protestare significa rischiare la vita, ma oggi tutto il Paese è in rivolta».

Riavvolgiamo il nastro al 28 dicembre 2025. «Tutto è iniziato con il crollo della moneta, il rial. I mercanti che governano il Gran Bazar di Teheran, i “Bazaari” hanno abbassato le proprie serrande per dare un segnale economico e politico al regime: inflazione, crisi, non è più possibile andare avanti così. Nel momento in cui scendono in campo i Bazaari, che sono tra i più conservatori, vuol dire che siamo arrivati alla fine. Ed è questo che rende questa protesta diversa da tutte le altre. Da quel momento, le proteste si sono diffuse tra i giovani, gli studenti, i docenti, i lavoratori. In questo momento è come se vigesse la legge marziale: c’è una militarizzazione di tutte le città. La gente non può uscire di casa, perché se esce viene colpita. E c’è il blocco di internet».

Pegah Moshir Pour 1
Pegah Moshir Pour

Pegah è attivista da quando ha 15 anni. I suoi genitori hanno vissuto la rivoluzione del 1979. Il prima e il dopo. La madre è stata arrestata per uno smalto rosso, radiata da tutte le università perché sorpresa a una festa dalla polizia morale. «Da quando sono nata, nel momento esatto in cui un’infermiera mi ha messa nelle braccia di mio padre dicendogli: “mi spiace, è una femmina”, i miei genitori hanno iniziato a pensare a come lasciare il Paese. E ce l’hanno fatta. Nove anni dopo. E non immaginate che cosa significhi lasciare un Paese, il tuo Paese, dove sei vissuto per 40 anni».

Pegah arriva in Italia con i genitori e un fratellino di 6 anni. È l’estate che dalla terza porta alla quarta elementare. Sa leggere e scrivere in persiano, da destra verso sinistra. «I miei libri si aprivano al contrario. Per me era tutto l’opposto di quello che avevo imparato. Tutto era difficile e avevo un rifiuto totale dell’Italia. Un posto di cui non conoscevo nulla, non capivo perché eravamo lì e non tornavamo in Iran». Le difficoltà iniziano anche a scuola.«Mi sentivo diversa. E dovevo rispondere a mille domande. Perché hai questo cognome, perché hai la pelle di quel colore, perché scrivi così».

Pegah Moshir Pour 2

«Il vero trauma arriva l’11 settembre 2001, il primo giorno alle scuole medie, il giorno della tragedia delle Torri Gemelle. Una professoressa, chiamandomi alla cattedra, mi ha praticamente dato della terrorista. Ogni volta dovevo ricominciare e spiegare il perché del mio nome, della mia lingua, della mia cultura, del colore della mia pelle, ma anche perché non ero una terrorista. I primi anni sono stati terribili, fino a quando non ho sentito i miei genitori parlare al telefono con dei parenti e commentare le proteste, i massacri e gli arresti di studenti universitari che manifestavano a Teheran per la chiusura di un giornale. Lì ho capito tutto. Ho capito perché eravamo scappati dall’Iran».

Pegah Moshir Pour instagram
L’attivismo veicolato anche via social

A 13 anni Pegah sceglie il liceo linguistico. «Pensavo che mi aprisse a un contesto internazionale, dove ci fossero più culture e magari maggiore apertura». A 15 anni, però, scopre di non poter andare in gita in Inghilterra: non ha un passaporto, non ha la cittadinanza. Scopre di non avere diritti che per gli altri sono scontati e inizia la sua battaglia. «Mi chiedevo: a chi interesserà la mia storia, chi vuole sapere delle mie difficoltà? Partire è stato difficile. Ma poi ho scoperto che, aprendomi ed esponendomi, si trova tanta solidarietà. Ciononostante, è vero che ancora oggi molte persone mi dicono: “torna nel tuo Paese” e io rispondo: “sono già nel mio Paese”».

“Da quando sono nata, nel momento esatto in cui un’infermiera mi ha messa nelle braccia di mio padre dicendogli: “mi spiace, è una femmina”, i miei genitori hanno iniziato a pensare a come lasciare il Paese”

A 18 anni, contro il volere di tutti, si iscrive a ingegneria edile. «I miei docenti a scuola dicevano che non sarei stata in grado. Ma io vivevo a Matera, la città dei Sassi, volevo fare quel mestiere». Si laurea, inizia a lavorare e a quel punto si scontra con un mondo assurdo. «Quando andavo nei cantieri mi chiamavano signorina, e io dicevo: “Guarda che io sono ingegnera e sono qui per supervisionare voi. Dovete ascoltarmi”. Era difficile, era impossibile. Mi sentivo dire: “Le donne non sanno guidare le macchine, figurati se sanno costruire i palazzi”».

Pegah Moshir Pour 3

Intanto riesce a tornare in Iran durante le estati e inizia a notare differenze evidenti nei diritti digitali. «In Italia iniziavamo a usare Twitter, Facebook, YouTube, in Iran vedevo che l’accesso a internet era sempre più limitato. Ho scoperto gli autoritarismi digitali, i regimi e le autocrazie, dove gli obiettivi principali sono sorvegliare, reprimere e influenzare i propri cittadini. È così che ho capito anche perché tante donne in Iran, in quegli anni, sceglievano ingegneria informatica o robotica. È una forma di emancipazione rapida, concreta: significa trovare lavoro prima, meglio retribuito, accedere a borse di studio, aprirsi opportunità professionali per uscire dal Paese. In quel contesto, la tecnologia diventava un vero passaporto. L’unico che contasse».

Proprio in questi giorni l’Iran ha bloccato internet alla sua popolazione. «Invece di farlo subito all’inizio delle manifestazioni, il regime ha aspettato dieci giorni. Dieci giorni in cui osservavamo lo stesso contenuto cambiare continuamente, adattarsi, essere riscritto. Nel frattempo venivano prodotti e diffusi foto e video di presunte manifestazioni a favore del regime, materiali costruiti ad arte, spesso con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Con errori evidenti, segnali chiari di una manipolazione maldestra. Per dieci giorni hanno cercato di influenzare l’opinione pubblica, di attirare consenso, di ribaltare la narrazione. Quando si sono resi conto che non funzionava, che anzi la situazione stava peggiorando, hanno cambiato registro. Hanno spento internet».

Ma tu non hai paura? «Sì, ma non posso sottrarmi al compito di portare avanti la voce del mio popolo. È una popolazione giovanissima, istruita, profondamente libera nello spirito. Io ho avuto la fortuna di poter vivere in Italia e vorrei che le nuove generazioni che nasceranno in Iran possano fare lo stesso: vivere».

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Pegah si batte anche per i diritti delle donne. «A mio padre dissero: “mi spiace, è una femmina”. Ma anche in Italia si dice ancora spesso: “auguri e figli maschi”. La battaglia per i diritti delle donne non è solo una battaglia femminista. Possiamo tutti vivere in un mondo migliore nel momento in cui abbiamo pari dignità, pari diritti. Una donna deve lavorare ed emanciparsi. E la società intera, non solo una madre, deve prendersi cura dei bambini, di tutti i bambini: sono coloro che lavoreranno, che pagheranno le tasse, le pensioni». Da quando Pegah ha acquisito consapevolezza non ha mai smesso di ringraziare i suoi genitori. «Il mio primo romanzo, Notte sopra Teheran, è dedicato a loro». Torneresti in Iran? «Sì. Quando sarà libero, certamente. Vorrei portare mio figlio. Raccontargli l’altra metà della sua storia, fargli conoscere la sua seconda cultura, quella che oggi può solo immaginare».

Pegah Moshir Pour instagram 2

Pegah ha un bambino di un anno e mezzo. «Mi auguro che il mondo impari davvero quanto i diritti umani siano fondamentali. Che il diritto all’autodeterminazione venga riconosciuto, difeso, sostenuto. Ho tanti sogni per mio figlio. Quello più grande è che, quando arriverà a scuola, a sei anni, questa sofferenza sia nei musei e nei libri di storia. Oggi l’aria in Iran al mattino odora di sangue: è una testimonianza vera. Vorrei che tutto questo appartenesse al passato. Che vivremo, finalmente, in un mondo di pace, in cui avremo imparato anche dalle guerre che le armi non portano da nessuna parte».

E nel tuo futuro, invece, cosa c’è? «C’è un secondo romanzo. Racconterà la guerra dei dodici giorni. E proverà a restituire la complessità e la diversità dell’Iran, un Paese difficile da comprendere. Difficilissimo. Ma anche un Paese che io continuo ad amare».