Lanificio Reda, quel filo che attraversa il tempo. Botto Poala: «La tecnologia la faranno le macchine, il pensiero resterà umano»

Lanificio Reda, quel filo che attraversa il tempo. Botto Poala: «La tecnologia la faranno le macchine, il pensiero resterà umano»

Centosessant’anni di storia non sono solo numeri o date, ma persone, scelte difficili, crisi superate e una continua capacità di reinventarsi. Reda ha attraversato guerre, trasformazioni industriali, alluvioni e cambiamenti economici senza mai perdere la propria identità. Fondata nel 1865 a Valle Mosso, nel cuore della ValdiLana, è oggi un lanificio contemporaneo che unisce tradizione manifatturiera, innovazione tecnologica e visione globale. Con 480 dipendenti, un fatturato di 83,9 milioni di euro e un EBITDA di 8,56 milioni, l’azienda continua a crescere mantenendo tutta la produzione in Italia. Alla guida c’è Ercole Botto Poala, quinta generazione di una famiglia che ha fatto della qualità e della ricerca una responsabilità quotidiana.

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In questa intervista, Botto Poala ci accompagna dentro le sfide dell’impresa di oggi: come custodire un’eredità così lunga senza restarne prigionieri? Come trasformare una solida realtà industriale in un brand capace di parlare al mondo? E come prepararsi a un futuro in cui tecnologia e intelligenza artificiale cambieranno profondamente il nostro modo di lavorare e vivere?

Dopo oltre un secolo e mezzo di attività, cosa rende Reda oggi unica e riconoscibile nel panorama del Made in Italy?
Direi tutte e tre le cose, ma in modo dinamico. Reda nasce nel 1865 a Valle Mosso, nel cuore della ValdiLana, una delle culle della rivoluzione industriale italiana. Il fondatore, Carlo Reda, aveva quattordici figli maschi, sette dei quali divennero imprenditori: una vera dinastia industriale. Poi la storia ha fatto il suo corso: tra la Prima Guerra Mondiale e la spagnola molti eredi scomparvero, e nel 1919 mio bisnonno acquisì l’azienda, mantenendo il nome Reda perché era già sinonimo di qualità sul mercato.

Ercole Botto Poala Primo Piano verticale
Ercole Botto Poala, CEO Lanificio Reda

Come si trasforma un’eredità così antica in un vantaggio competitivo per il presente e il futuro?
Da allora siamo arrivati alla quinta generazione. Abbiamo attraversato alluvioni, crisi finanziarie, epidemie, la distruzione dello stabilimento nel 1968 e la sua ricostruzione. Questo ci ha insegnato che la tradizione non è immobilità: è capacità di adattarsi, evolvere, investire. Oggi siamo un’impresa industriale avanzata, ma anche un brand che rappresenta una cultura manifatturiera italiana fatta di qualità, bellezza e competenza.

Cosa significa oggi “Made in Italy” per un’azienda manifatturiera che compete sui mercati globali?
È come partire una gara dei 400 metri qualche metro più avanti rispetto agli altri. Il Made in Italy è riconosciuto nel mondo come garanzia di prodotto ben fatto, bello, affidabile. La mia generazione è cresciuta con l’idea che tecnologia e bellezza dovessero convivere. I miei figli invece vivono in un mondo in cui il “Made in China” è normalità: questo rende ancora più importante saper raccontare il valore autentico di ciò che facciamo.

“Il Made in Italy oggi non è solo origine geografica: è metodo, cultura del lavoro, capacità di interpretare il gusto e anticipare i bisogni”

Come si costruisce un brand forte partendo da una base industriale B2B come un lanificio?
Con costanza e investimenti nel tempo. Il consumatore oggi ha accesso a tantissime informazioni, ma spesso non sa davvero da dove provengono i prodotti. Per questo abbiamo deciso, già nei primi anni Duemila, di produrre tutto in Italia e di chiederci se saremmo stati competitivi nel lungo periodo. Negli anni Novanta abbiamo completamente ricostruito lo stabilimento, spostandolo di un chilometro e mezzo per restare nel territorio ma con impianti modernissimi. Il perchè? Ci siamo chiesti: “cosa servirà ai nostri clienti tra vent’anni?” Qualità, ricerca, prodotto, know-how delle persone. Da lì nasce un brand solido.

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Sede istituzionale – Valle Mosso (BI)

Dove vede le principali opportunità di crescita?
Se il mondo continuerà a diffondere benessere, soprattutto in Asia e nel Sud-Est asiatico, crescerà anche il desiderio di bellezza. Vestirsi è un linguaggio: racconta chi siamo, come ci sentiamo. Finché esisterà benessere, ci sarà sempre qualcuno che vorrà vestirsi bene. I consumatori stanno cambiando rapidamente. Con la rivoluzione digitale molte industrie scompariranno, altre si trasformeranno. Oggi i brand non impongono più la moda: dialogano con influencer e comunità. Il prossimo passo sarà la personalizzazione estrema: il consumatore costruirà il proprio prodotto su misura, anche nella moda. E le aziende devono saper intercettare questo cambiamento.

Quali sono i punti di forza di Reda?
L’innovazione è nel nostro DNA, insieme a un’ossessione per la qualità. Siamo arrivati persino a diventare allevatori, perché la lana è la nostra fibra principale. Da anni lavoriamo in Australia e Nuova Zelanda per migliorare la qualità della fibra. Quando è esploso il tema della tracciabilità, noi avevamo già un database costruito in trent’anni di visite alle fattorie: nel 1992 non immaginavamo che sarebbe diventato un vantaggio competitivo così forte.

“Imparare dai migliori, investire nel lungo periodo, credere nella conoscenza: queste scelte, se fatte bene, tornano sempre indietro”

La sostenibilità oggi è un pilastro. Che significato ha per voi?
Per mio nonno qualità significava costruire un prodotto fatto bene. Oggi significa farlo con il minor impatto ambientale possibile. Ogni essere umano ha un impatto sul pianeta: il nostro dovere è ridurlo. Abbiamo iniziato a lavorare sulla sostenibilità nel 2004 con le prime certificazioni. Oggi misuriamo l’impatto ambientale, il welfare, i processi industriali. Se misuri, puoi migliorare. Per un imprenditore il numero è una sfida: vuoi sempre superarlo. Allo stesso tempo bisogna essere onesti: il benessere genera anche spreco. Il fast fashion, per esempio, è anche un ammortizzatore sociale. Non tutti possono permettersi capi costosi. La sostenibilità va governata con equilibrio, senza creare nuove disuguaglianze.

Che competenze deve avere oggi un leader per guidare un’azienda manifatturiera in trasformazione?
Prima della rivoluzione digitale contavano soprattutto esperienza e percorsi lineari. Oggi, con l’intelligenza artificiale che cambierà profondamente l’esperienza d’acquisto, servono apertura mentale, capacità di intuizione, pensiero critico. Non credo che le macchine potranno sostituire la capacità umana di immaginare e dare senso alle scelte. Forse oggi studiare filosofia è più utile che studiare solo ingegneria o economia. La tecnologia la faranno le macchine; il pensiero deve restare umano.

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 Stabilimento produttivo, Crocemosso (BI)

Un lato più personale: come si rilassa Ercole Botto?
Golf d’estate, sci d’inverno. E da un anno a questa parte, sopravvivere all’adolescenza dei miei figli…non sono stato un adolescente modello, il karma prima o poi presenta sempre il conto!

Un messaggio ai giovani imprenditori e alle startup?
Serve pazienza. Se non creiamo oggi le imprese dei giovani, domani rischiamo di ritrovarci tutti più poveri, più vecchi e con meno futuro. L’impresa è un atto di responsabilità verso la società, non solo un fatto economico.