Anticonformista, in qualche modo eretica, si può dire che ruppe il soffitto di cristallo dell’economia ortodossa. Del resto era lei a dire, con voluto stile tranchant, che “lo scopo dello studio dell’economia non è quello di acquisire una serie di risposte già pronte alle domande economiche, ma di imparare come evitare di essere ingannati dagli economisti”. Nata nel 1903, considerata tuttora la scienziata più importante nella storia del pensiero economico, da Cambridge riformulò le teorie di Marshall e Keynes e per anni fu naturale candidata al Nobel, dal vincere il quale fu a un soffio nel 1975.
Joan Robinson sbaragliò il sistema
All’università di Cambridge, allora epicentro del sapere economico mondiale, era entrata come studentessa nel 1921. E quello che scrisse di quell’esordio racconta molto del suo approccio futuro: “Quando arrivai a Cambridge per studiare economia, non avevo un’idea precisa di cosa fosse. Avevo una vaga speranza che l’economia mi avrebbe aiutata a comprendere le ragioni della povertà e come combatterla. Inoltre, speravo che l’economia si sarebbe prestata alla discussione razionale meglio del mio campo di studi di allora, la storia come veniva insegnata all’epoca”. Da Cambridge non uscì con il massimo dei voti, agli esordi non aveva titoli o un dottorato di rilievo che la legittimassero: insomma quel suo voler fare strada e carriera in una università così ambita che, per di più, era un ecosistema abitato da maschi, non lasciava presagire possibilità di grandezza. E invece Joan Robinson sbaragliò il sistema.
Si costruì un’identità professionale solidissima che per cinquant’anni generò rispetto e ammirazione: riuscì a convincere mentori autorevolissimi a sostenerla, si guadagnò la stima di figure chiave dell’olimpo economico, fece parte del leggendario Cambridge Circus, un gruppo di discussione nutrito da giovani economisti come Piero Sraffa, James Meade, Richard Kahn, Austin Robinson, che divennero sostenitori del suo lavoro – e Robinson anche suo marito – e che incoraggiarono Keynes a inaugurare quella rivoluzione che superò il liberismo classico: si dice che Joan Robinson fu, nel ‘36, tra i pochissimi a cui Keynes mandò le bozze del suo Teoria Generale dell’occupazione, interesse e moneta, attraverso cui avviò, appunto, il nuovo corso e che Robinson espanse grazie ai suoi Saggi sulla Teoria dell’occupazione e Introduzione alla Teoria dell’Occupazione.
Riformulò le teorie di Marshall e Keynes
Robinson aveva intuito che giganti dell’economia come Marshall e Keynes avevano ovviamente fatto scoperte straordinarie, ma i loro modelli non erano esenti da imperfezioni, erano incompleti o non avevano un cuore teorico definito. Li rifinì, dunque, con contenuti originali e brillanti, ne riformulò le incoerenze, li portò fuori dall’analisi statica e li inserì in contesti dinamici, riuscendo al contempo ad alimentare una nuova, più rigorosa identità scientifica di Cambridge. Robinson, poi, convinta che “l’ideologia è come il respiro: non senti mai il tuo”, metteva in luce gli elementi ideologici che nutrivano spesso le teorie economiche, persino quando di una teoria economica era stata esplicita sostenitrice.
Perché lei il dissenso intellettuale come dovere morale lo aveva sperimentato già in famiglia: la madre, che aveva frequentato le élite di Cambridge, aveva sposato un generale dell’esercito che passò alla storia, durante la prima guerra mondiale, per avere accusato pubblicamente il Primo ministro di aver mentito sulle truppe britanniche sul fronte occidentale.
L’economia della concorrenza imperfetta
Il percorso accademico di Joan Robinson decollò dall’ambizione di superare i limiti dei modelli classici, la curva di domanda e offerta per determinare i prezzi e l’idea che le imprese operassero in concorrenza perfetta: attraverso il volume L’economia della concorrenza imperfetta, pubblicato a trent’anni, l’economista analizzava le imprese come piccoli monopoli reali, anziché entità astratte. Tuttavia, capì presto che per descrivere davvero il mondo bisognava guardare oltre l’equilibrio dei mercati e fare i conti anche con la storia: sotto l’influenza dell’economista polacco Kalecki e dello studio di Marx, Robinson spostò l’attenzione sulle dinamiche dell’accumulazione e del progresso tecnico nel lungo periodo. E sostenne che le variabili economiche, come salari e profitti, fossero il riflesso di precise strutture sociali; in L’accumulazione del capitale, poi, cercò di liberare la scienza economica dai pregiudizi ideologici, invitando a distinguere tra fatti misurabili e narrazioni costruite per favorire interessi.
Alla fine, probabilmente lei stessa non credeva più alla possibilità che i sistemi potessero cambiare. Poco dopo che se ne era andata – nell’agosto 1983, a Cambridge, dopo diversi mesi di coma – , uscì un suo scritto, che lei aveva voluto segnare con un titolo sarcastico, molto nel suo stile, che riassumeva una vita mirata a ribaltare i dogmi e forse, in quel momento, disillusa: Pulizie di primavera: “Credo che tutti questi modelli e insieme di teorie che troviamo nei libri di testo abbiano bisogno di una bella pulizia di primavera. Dovremmo buttare tutte le proposizioni contraddittorie, le quantità non misurabili, i concetti non definiti e costruire una base logica per l’analisi di quello che rimane, ammesso che ci sia”.
Quel premio Nobel mancato
Vegetariana, indossava spesso vestiti curiosi che aveva acquistato nei suoi tanti viaggi in Cina o in India, dove aveva, peraltro, vissuto due anni appena sposata e dove il marito, poi economista a Cambridge, fece il tutor del figlio di un maraja. Si è scritto che a tagliarla fuori dal riconoscimento del premio Nobel sono stati quel suo tendere a mettersi fuori dal paradigma economico dominante, la sua attenzione verso economie pianificate come la Cina e la Corea del Nord, il suo essere donna in un mondo di soli maschi, il fatto che in pieni anni Sessanta andava, invitata, nelle facoltà americane, ormai laboratori di dissenso. Certamente, le sue posizioni dissonanti non l’aiutarono neanche nella carriera universitaria, visto che diventò professoressa ordinaria solo quando era a un soffio dalla pensione, nel 1965, lei che era ormai una stella dell’economia ammirata in tutto il mondo.