Una tradizione secolare, che si tramanda di padre in figlio e figlie da tre generazioni è quella che lega la famiglia Rosso alla coltivazione del riso. «Sono nata in Canada ma poi i miei genitori sono tornati a vivere a Vercelli, la mia terra di origine, e ci siamo trasferiti in Italia – spiega Anna Cecilia Rosso, Ceo di Riso Quanto – La coltivazione del riso è un’attività è storica per la mia famiglia, l’ha messa in piedi il mio trisnonno Pietro agli inizi del ‘900 e tramandata di generazione in generazione. I miei parenti hanno sempre amato spostarsi e viaggiare alla scoperta di zone sconosciute. Mio nonno è stato ingegnere in Africa, mio zio era un’ambasciatore. Ognuno si è spostato ma poi è sempre tornato a casa. E questa è anche la mia avventura. In questi anni ho cercato di valorizzare la loro e la mia origine tenendo ben salda la tradizione di famiglia ma allo stesso tempo cercando di innovarla». Questa è la storia di Anna Cecilia Rosso e ve la raccontiamo nella nuova puntata di Unstoppable Women.

Anna, tu sei nata in Canada ma poi i tuoi genitori sono tornati in Italia, come hai vissuto quel trasferimento?
Mio trisnonno era un coltivatore di riso e nonostante, poi, le generazioni successive della mia famiglia si siano spostate per il mondo, siamo sempre rimasti legati alle nostre origini. Io si, sono nata in Canada ma mio padre voleva tornare a casa a Vercelli. Dopo una laurea in Economia alla Bocconi, mi sono trasferita a Londra per conseguire un dottorato ma casa mi mancava e così ho pensato di volermi riavvicinare alle mie radici e anche al riso.
E che cosa ti è venuto in mente?
Dopo aver lavorato lì per un anno in cui facevo consulenza per il governo ed essermi occupata di tematiche importanti della società attuale, come le migrazioni, la disparità di genere, ma anche di adozione e diffusione tecnologica, sono tornata in Italia. Da questa unione tra ricerca e tradizione nasce il progetto. Le generazioni precedenti alla mia hanno quasi sempre prodotto e quasi mai commercializzato, mentre io ho cercato di pensare a un modo per mettere assieme questi due mondi che sembrava non si parlassero. Si parla tanto di imprenditoria sociale ma farla, poi, non è così semplice. Io credo tanto nella ricerca, che oggi appare un mondo per pochi. Spesso quello che capita, anche a noi professori, è di non riuscire a semplificare mondi complessi ma ho pensato che, con il riso, prodotto di largo consumo, potessi raccontare il mondo con gli occhi di una ricercatrice.

E così è nata Riso Quanto….
Sì, nel 2022, dalla voglia di riappropriarmi di questo prodotto che credo vada raccontato di più. Stiamo parlando di quello più consumato al mondo che ti porta in un attimo dal locale al globale e attraverso questo ho avuto l’idea di contribuire al creare consapevolezza su temi scientifici per tutte le persone che sono interessate a saperne di più. Dal lato pratico, mi sono chiesta come farlo e la risposta è stata provare a mettere la ricerca nella coltivazione. Il prodotto che noi scegliamo è biologico e di qualità, e c’è l’idea di valorizzarlo. Per noi non è un “riso qualsiasi”.
Attualmente stai lavorando a qualche progetto specifico?
Dal momento in cui siamo entrati in Coop abbiamo iniziato a lavorare su progetti di integrazione per gli immigrati e di ricerca attraverso il cibo. Il riso da sempre rappresenta un elemento di unione di varie culture e così ci tengo molto a portare avanti progetti di impegno sociale.
Che cosa ne pensi del gender gap? Lo hai mai sofferto?
Ho avuto mia figlia a 28 anni mentre stavo facendo il dottorato. In un mondo in cui performare sembra qualcosa di estremamente maschile, la mia gravidanza è stata vista come un limite e non come un’opportunità. Io non mi rendevo neanche conto delle cose, te ne rendi conto quando li vivi. E la prima vera limitazione che ho visto è stata quella. Poi sono finita in un altro mondo anche questo molto maschile e ancora più complicato culturalmente che è quello dell’agricoltura e del commercio. Alcuni si stupiscono ancora oggi nel vedere una donna arrivare per promuovere quello che sta facendo.

Quale è, quindi, secondo te il problema maggiore?
Di tipo culturale ma ho trovato anche colleghe fantastiche e uomini consapevoli che esiste questo problema. Io sto facendo ricerca su questi temi e do un contributo attraverso la ricerca. Per me i valori aziendali sono chiari e noti e non lavorerei mai con persone che non li condividono, perciò è qualcosa che cerco sia tra i miei collaboratori ma anche tra le persone. Ci sono comportamenti che non posso tollerare e a volte mi sono sentita discriminata ma oggi mi batto perché non succeda più.