Dodici anni non sono solo una ricorrenza, ma una misura del tempo, per tracciare un bilancio di un progetto, NAStartUp, nato quando il “fenomeno delle startup” esplodeva anche in Italia. Dodici anni di incontri, occasioni di socialità relazioni. In questi anni l’acceleratore civico fondato e diretto da Antonio Prigiobbo ha attraversato stagioni molto diverse dell’innovazione italiana ed europea, accompagnando startup, professionisti e territori in un percorso spesso poco visibile, ma costante. NAStartUp diventa un caso interessante non tanto per ciò che celebra, quanto per ciò che ha messo alla prova nel tempo: un’idea di innovazione come processo collettivo e partecipativo.
NAStartUp nasce dodici anni fa a Napoli. Da quale esigenza concreta è partito il progetto?
Nasce da un bisogno molto semplice: creare spazi reali di confronto. Nel 2013 si parlava di innovazione soprattutto in termini teorici o finanziari, ma mancavano luoghi continuativi dove le persone potessero incontrarsi con regolarità, capire come funzionano davvero le cose nel mondo dell’innovazione e confrontarsi senza filtri. L’idea iniziale era quella di incontri gratuiti, aperti, senza palchi rigidi né narrazioni salvifiche, in cui il valore fosse dato dalla qualità del dialogo. Nel tempo sono cambiate tante cose ma mai questo spirito che ci contraddistingue.

Come si fa ad essere così continui nel tempo?
Ci siamo riusciti proprio per la nostra idea di innovazione che non è un momento, ma un processo. Un evento isolato può generare attenzione, ma difficilmente costruisce competenze o relazioni durature. Un appuntamento mensile, gratuito e costante permette invece alle persone di tornare, riconoscersi, seguire l’evoluzione dei progetti e crescere insieme.
I numeri raccontano una crescita importante. Che peso hanno oggi?
I numeri aiutano a inquadrare il lavoro svolto, ma non sono mai stati l’obiettivo. In dodici anni NAStartUp ha realizzato oltre 120 eventi principali, più di 80 eventi extra in Italia e in Europa, coinvolto oltre 550 startup e promosso più di 600 progetti. La community supera oggi i 20.000 contatti attivi mensili. Il dato più rilevante, però, resta meno misurabile: quante persone, attraverso queste relazioni, hanno trovato lavoro, soci, clienti o una nuova direzione professionale. Se tutto questo è stato possibile è grazie ai partner, agli sponsor e ai volontari che hanno supportato il progetto negli anni.

Quali sono stati, e quali sono ancora oggi, gli ostacoli principali incontrati da un acceleratore civico come NAStartUp?
L’ostacolo principale è stato, e in parte resta, quello di essere compresi. NAStartUp è un acceleratore atipico: non chiediamo fee di ingresso, non selezioniamo pochi “vincitori”, lavoriamo in modo civico e aperto, supportando persone e progetti in fasi molto diverse. Questo approccio spesso non rientra nei modelli tradizionali, né pubblici né privati. Nel tempo abbiamo imparato che questa difficoltà di lettura è anche il prezzo da pagare per restare coerenti. Essere civici significa non semplificare e non chiudere, ma richiede tempo, fiducia e continuità per essere riconosciuti.
Nel tempo avete sviluppato molti format. Che ruolo hanno avuto?
Dopo i 10 anni, abbiamo sentito l’esigenza di rinnovarci profondamente. I format non sono mai stati pensati come prodotti da replicare, ma come strumenti operativi. StartUpDay, attivo dal 2014, è nato per mettere le startup a confronto diretto con imprenditori, professionisti e media, senza mediazioni. StartUpPlay è nato durante la pandemia, quando non ci si poteva muovere, e ha rafforzato la dimensione europea e digitale. Altri format come StarSupper, Investor Coffee o Versus sono nati per rispondere a bisogni specifici: confronto informale, matching selettivo, dialogo tra mondi che normalmente non si incontrano.

A un certo punto il focus si è spostato dalle startup agli ecosistemi. Cosa è cambiato?
Ci siamo resi conto che accelerare singole startup senza lavorare sul contesto intorno serviva a poco. Da lì è iniziato un lavoro più ampio sugli ecosistemi: città, territori, reti professionali. Sono nati i network europei, i programmi di ambassador e advisor, i percorsi educativi e di orientamento. È stato un passaggio graduale, ma ha cambiato profondamente l’impatto del progetto, spostando l’attenzione dal singolo risultato alla capacità di generare condizioni favorevoli nel tempo.
C’è stato un momento, in questi dodici anni, in cui hai avuto la percezione concreta che il lavoro stesse andando nella direzione giusta?
Sì, quando sono arrivati i riconoscimenti internazionali di UBI Global, l’ente svedese che valuta incubatori e acceleratori a livello mondiale. Nel 2019 NAStartUp è stato selezionato come una delle migliori pratiche europee, e nel 2023 è entrato tra i cinque migliori acceleratori al mondo nella sua categoria. Non tanto per il riconoscimento in sé, ma perché arrivava da un’analisi esterna, basata su dati, continuità e impatto reale. È stato un momento di conferma che un modello atipico, costruito nel tempo, poteva reggere anche a una valutazione internazionale.
In dodici anni è cambiato il modo di parlare di innovazione. Cosa è rimasto costante?
È rimasta centrale la persona. Prima delle startup, prima delle tecnologie, prima dei KPI. Se le persone crescono, anche i progetti trovano strada. NAStartUp continuerà a lavorare su questo: creare contesti in cui l’innovazione non si racconta soltanto, ma si pratica, con continuità e responsabilità.

Guardando al futuro, quale sarà la prossima fase di NAStartUp?
La prossima fase non è una “nuova versione”, ma un approfondimento di ciò che abbiamo già sperimentato. Continueremo a lavorare sui format come strumenti, non come vetrine, e sugli ecosistemi più che sui singoli progetti. Ci sarà maggiore attenzione all’AI come infrastruttura di lavoro, ai talenti, all’orientamento e alla contaminazione tra mondi diversi: impresa, cultura, formazione, territori. L’idea resta la stessa di dodici anni fa: creare contesti in cui le persone possano imparare facendo, confrontarsi senza filtri e costruire relazioni che durino nel tempo. Se questo continuerà ad avere senso per chi partecipa, allora NAStartUp avrà ancora un futuro.