Il lunedì è il giorno dei VC, degli investitori, di chi punta su persone e tecnologie potenzialmente trasformative. In questa prima puntata dell’anno abbiamo raccolto alcune considerazioni di tre rappresentanti dell’ecosistema: loro sono Gianluca Dettori, General Partner di Primo Capital, Paolo Barberis, founder di Nana Bianca, e Diana Saraceni, Founder e Managing Partner di Panakès Partners.

Gianluca Dettori (Primo Capital)
Presente all’ultimo SIOS a Milano, Gianluca Dettori di Primo Capital è partito da una considerazione globale su quel che sta attraversando il panorama innovazione «Sono un po’ preoccupato ci sia una bolla finanziaria sull’AI. Non mi riferisco a una bolla industriale, perché la tecnologia è trasformativa. Leggevo di recente che Microsoft si è portata a bilancio la perdita dell’investimento su OpenAI dichiarando che nell’ultimo trimestre la società di ChatGPT brucia 125 milioni di dollari al giorno. Le Big Tech fanno un sacco di soldi e possono sostenere investimenti importantissimi, ma a un certo punto i fondamentali vanno presi in considerazione. Se succede un qualcosa di quel tipo, se scoppia una bolla, si scarica a terra su tutto sull’ecosistema globale».
In un contesto così complesso, c’è un trend rilevante per l’Italia che potrebbe accelerare il cambiamento e favorire gli investimenti in startup? «La cosa più importante fatta dal governo è stata la legge per supportare l’impegno di casse previdenziali e fondi pensione. Dal 2026 speriamo di vederne gli effetti. Come investitori riceviamo molto interesse da quel mondo. Sono 3/5 miliardi che potrebbero finire sulle startup nei prossimi dieci anni».

Diana Saraceni (Panakès Partners)
Il futuro non è soltanto nel software, ma anche nell’ambito delle scienze della vita. Frontiera su cui non sempre team e gruppi di ricerca ricevono l’attenzione che meriterebbero. Per conoscere trend e spunti sull’anno appena iniziato ci siamo rivolti a Diana Saraceni, Founder e Managing Partner di Panakès Partners. «Nel 2026 continuerà la focalizzazione su verticali molto specifici del Life Sciences: malattie metaboliche, in primis l’obesità, radioterapeutici in oncologia, robotica medicale, tecnologie cardiovascolari avanzate e strumenti per gli approcci sempre-meno-invasivi. Trasversale a tutti questi ambiti resta l’AI, soprattutto quando applicata in modo concreto al drug discovery e al real-time decision support, con casi d’uso chiari in diagnostica avanzata e in sala operatoria».
Nel 2026 dobbiamo poi aspettarci operazioni importanti che modelleranno il comparto. «Il mercato – ha argomentato Saraceni – vedrà una preferenza crescente per round late-stage e operazioni di grandi dimensioni, guidata dalla paura di rimanere senza capitale in un contesto ancora selettivo. Sul fronte exit si consolida un doppio binario: acquisizioni molto early oppure exit molto tardive, con una sostanziale scomparsa delle operazioni “di mezzo”. Infine, emergerà con più forza il mercato dei secondari tra fondi, segnale di un settore più maturo e finanziariamente sofisticato»

Paolo Barberis (Nana Bianca)
Sempre in occasione di SIOS25 abbiamo raccolto alcuni spunti da Paolo Barberis, founder di Nana Bianca, che ci ha spiegato cosa occorre fare oggi per non illudersi di giocare partite ormai vinte da altri: «Dobbiamo analizzare lo stato dell’arte del mondo AI e fare cose che rispondano ai bisogni. Ci sono pezzi del settore che sono già formati e irriproducibili: in poco tempo si sono create posizioni di tale predominio che vanno solo riconosciute». La corsa all’AI – sembra banale ammetterlo – non vedrà l’Europa recuperare terreno rispetto a player come OpenAI, Anthropic, Gemini. «Siamo in una fase in cui bisogna con tutte le forze trovare gli angoli giusti per fare impresa con piattaforme che sono già formate. Sconsiglierei di andare su orizzonti complessi, servono capitali troppo elevati».
E che dire dell’Italia che ha chiuso il 2025 con alcuni round importanti, consolidamenti di poche scaleup, ma finanziamenti in calo? «Ora abbiamo creato un tessuto in Italia, composto dalle PMI digitali. Direi che troviamo soprattutto piccole imprese digitali. Bisogna aggregarle. Il tessuto c’è, con migliaia di startup full digital, ma molte non hanno la dimensione per affrontare un mercato polarizzato».