Nella corsa all’AI l’India riuscirà ad affermarsi tra le nazioni più tech al mondo?

Nella corsa all’AI l’India riuscirà ad affermarsi tra le nazioni più tech al mondo?

Notizie attorno al mondo, con l’innovazione come denominatore comune. Sono quelle raccolte tutti i mercoledì sui profili social di Paola Pisano, tra questi LinkedIn e Instagram, nel tentativo di comprendere dove ci porterà la tecnologia e qual è il suo ruolo nella vita di istituzioni, aziende e semplici cittadini.

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I piani indiani dell’AI

L’India intensificherà gli sforzi per ampliare l’accesso all’Intelligenza artificiale grazie ad accordi internazionali. Democratizzazione dell’accesso all’AI per il Sud globale e diffusione della  tecnologia per finalità sociali come istruzione, sanità e agricoltura saranno la priorità del Paese in qualità di nazione ospitante del Global AI Impact Summit di Nuova Delhi. Tra i vari obiettivi ci sono anche quello di creare un archivio di casi d’uso dell’AI nei settori chiave che possano poi essere condivisi.

Oltre 20 capi di Stato e di governo, tra cui Emmanuel Macron per la Francia e Luiz Inácio Lula da Silva per il Brasile, insieme a rappresentanti di più di altri 60 Paesi, si riuniranno a Nuova Delhi, insieme a leader aziendali e investitori nel settore dell’AI. Riuscirà l’India a diventare un attore strategico nel campo dell’AI? La frontiera dell’AI viene costruita, addestrata e controllata da un ristretto numero di aziende e Stati, per lo più negli Stati Uniti e in Cina.
Tuttavia, nonostante sia la sede di importanti aziende IT come Infosys, Wipro e Tata Consultancy Services, il Paese non è stato un leader nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni né nel trarre profitti dalla diffusione della tecnologia.
Il governo Modi ha criticato l’industria IT della nazione, del valore di 300 miliardi di dollari, per non aver investito nell’innovazione di prodotto. 
L’India si sta, tuttavia, posizionando come sede per data center. Google, Microsoft e Amazon hanno annunciato lo scorso anno piani di investimento per oltre 50 miliardi di dollari nel settore dell’AI nel Paese.

L’Intelligenza artificiale crea o toglie lavoro?

I dati del Bureau of Labor Statistics  pubblicati questa settimana offrono una correzione significativa alla narrativa secondo cui l’AI non avrebbe ancora avuto un impatto sull’economia statunitense nel suo complesso. Mentre i primi rapporti indicavano un anno di costante espansione dell’occupazione negli Stati Uniti, le nuove cifre rivelano che la crescita totale dei posti di lavoro è stata rivista al ribasso di circa 403.000 unità. 

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In modo cruciale, questa revisione al ribasso è avvenuta mentre il PIL reale è rimasto solido, includendo un tasso di crescita del 3,7% nel quarto trimestre. 
Secondo Erik Brynjolfsson, il direttore di Stanford University’s Digital Economy LAb, questo disaccoppiamento – mantenere un alto livello di produzione con un input di lavoro significativamente inferiore – è il segno distintivo della crescita della produttività.

Le aziende riusciranno ad usare l’AI per aumentare profitti e produttività? Questo cambiamento è coerente con la “curva a J” della produttività che sottolinea come le tecnologie a uso generale, dal motore a vapore al computer, non producano guadagni immediati. Richiedono un periodo di investimenti massicci, spesso non misurati, in capitale intangibile, riorganizzazione dei processi aziendali, riqualificazione della forza lavoro e sviluppo di nuovi modelli di business. Durante questa fase, la produttività misurata è compressa, poiché le risorse vengono dirottate verso investimenti. I dati aggiornati degli Stati Uniti per il 2025 suggeriscono che stiamo ora passando da questa fase di investimento a una fase di “raccolta”, in cui gli sforzi precedenti iniziano a manifestarsi come produzione misurabile.

Un nuovo acceleratore europeo di AI

Sequoia, General Catalyst, Mistral e OpenAI sostengono un nuovo acceleratore europeo di AI per competere con Y Combinator: F/ai. Con sede presso Station F a Parigi, il programma si concentrerà sull’aiutare startup AI in fase iniziale nella definizione della loro strategia di go-to-market Chiamato F/ai, il programma è sostenuto da numerosi partner di alto profilo che spaziano dai giganti tecnologici Microsoft, Meta, Google e OpenAI fino a startup come Mistral AI, Hugging Face e Lovable. Tra i sostenitori figurano anche fondi di venture capital statunitensi come Sequoia Capital, General Catalyst e Lightspeed, oltre a investitori europei come 20VC, Kima Ventures e Drysdale Ventures.

L’obiettivo è fornire una piattaforma di lancio “made in Europe” per creare aziende globali nel settore dell’AI. F/ai riuscirà a sostenere l’Europa in una prima ondata di aziende tecnologiche?
ll responsabile dei programmi di Stazion F, F/ai Jules Langeard. afferma che il nuovo programma si è ispirato al celebre acceleratore della Silicon Valley, Y Combinator, che ospita centinaia di startup attraverso quattro coorti ogni anno, culminando in un demo day durante il quale le aziende presentano il proprio pitch agli investitori. F/ai, tuttavia, intende concentrarsi maggiormente sull’aiutare le startup nella definizione della loro strategia di go-to-market. L’obiettivo del programma è consentire alle aziende di raggiungere 1 milione di euro di ricavi entro sei mesi.
I partner dovrebbero fornire supporto sotto forma di vantaggi come crediti per l’utilizzo di risorse di calcolo (compute credits), oltre a mentorship, competenze specialistiche e accesso al proprio network.

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Le università sono pronte per l’Intelligenza artificiale?

Le università stanno cercando di adattarsi alla tecnologia dell’AI. ll Financial Times ha intervistato diverse business school sulle loro politiche e sulle possibilità di sviluppare standard e metriche per misurare i progressi e le migliori pratiche. Un monitoraggio prodotto dal Center for Inclusive Computing della Northeastern University di Boston ha stimato alla fine dello scorso anno che vi fossero 728 programmi universitari di primo livello focalizzati sull’AI solo nei dipartimenti di informatica, distribuiti in 584 università negli Stati Uniti.

Open Syllabus, un’organizzazione che analizza i materiali resi pubblici sui siti web delle università, ha identificato una quota piccola ma in forte crescita di corsi graduate in ambito business che menzionano l’AI nei titoli, nelle descrizioni, negli obiettivi formativi o nei programmi dei contenuti.  Altri temi come l’ESG (ambientale, sociale e governance) sono diminuiti. L’AI crea un rischio reale di disintermediazione dell’istruzione tradizionale? La Judge Business School dell’Università di Cambridge ha lanciato un caso didattico interattivo basato sull’AI che consente agli studenti di dialogare in tempo reale con i dirigenti di un produttore fittizio di batterie. 

All’HEC, Peter Ebbes, professore di marketing, sta sperimentando con cautela l’AI come assistente per migliorare la valutazione degli elaborati. Alessandro Di Lullo, amministratore delegato del Digital Education Council (DEC), un’alleanza di università focalizzata sulla tecnologia, evidenzia iniziative alla Bocconi in Italia, all’Imperial nel Regno Unito, alla HKUST di Hong Kong e presso IE e Iese in Spagna. Sottolinea, inoltre, il caso della Northeastern University, che sta sviluppando una formazione sull’AI per docenti “fellow”, i quali a loro volta diffonderanno tali competenze tra i colleghi.