L’Unione europea sa di non potersi più fidare degli USA, almeno fino a quando saranno guidati dal volitivo Donald Trump che come ha dichiarato ieri la numero 1 della BCE Christine Lagarde agisce sempre più come uno «strano alleato», per questo la sovranità tecnologica chiesta a gran voce da Bruxelles ai 27 Paesi membri passa anche dal cloud sovrano così da riportare quanti più dati possibili nel Vecchio continente ed essere meno esposti a eventuali ricatti della Casa Bianca, non più così fantascientifici.
Amazon tende una mano a Bruxelles?
Lo scorso 15 gennaio Amazon Web Services (AWS) ha annunciato la disponibilità generale di AWS European Sovereign Cloud, un nuovo cloud «indipendente per l’Europa interamente situato all’interno dell’Ue e fisicamente e logicamente separato dalle altre regioni AWS», recitano le agenzie che hanno ripreso la nota stampa. Ma è davvero così?
La Ue ha davvero un cloud sovrano?
Non secondo una inchiesta del Fatto Quotidiano. O meglio, non secondo gli esperti che la testata online ha interpellato. «AWS rimane un’azienda statunitense soggetta in ultima analisi al Cloud Act, che consente di obbligare qualsiasi azienda statunitense a consegnare i dati da essa controllati con nient’altro che un mandato, indipendentemente dal fatto che i server si trovino a Francoforte, Parigi o sulla Luna», ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it Andy Yen, Ceo di Proton, azienda tecnologica svizzera con la missione della privacy fondata da scienziati del Cern nel 2014.

Secondo Yen, «la realtà giuridica non scompare dietro una bandiera europea o una bella campagna di marketing». L’esperto interpellato dal Fatto è particolarmente critico sull’eventualità di continuare ad affidarsi al servizio cloud di Amazon: «è probabilmente la prova definitiva che l’Europa è una colonia digitale statunitense».
Eppure, la Germania – si legge sempre sul Fatto – sarà il primo Paese Ue a fruire del servizio “sovrano”. In fila ci sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. Secondo Karsten Wildberger, ministro tedesco per la Trasformazione Digitale, è il primo passo verso una «futura capacità digitale autodeterminata».
La situazione emergenziale dimostra ancora una volta la desertificazione industriale europea anche sul fronte hi-tech, con Bruxelles e i 27 costretti a scegliere (e a riporre dunque la propria fiducia) tra soluzioni americane o cinesi. Del medesimo avviso Michele Colajanni, docente di Informatica all’università di Bologna, che sempre al Fatto ricorda con amarezza il fallimento di Gaia X, il progetto di una “nuvola dei dati” europea in cui venne inizialmente coinvolto: «Non facile mettere d’accordo 22 imprese, poi gli altri Paesi Ue reclamarono la loro fetta e le aziende divennero 200. Allora ho capito che non c’era speranza e ho preferito defilarmi».
Eppure, chiosa l’informatico, «l’Europa sa fare le cose, bastava osservare il successo del modello Airbus ed imitarlo: una sola azienda, partecipata dai governi, per fare concorrenza ai colossi global».