Oggi è il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in rete. «Non lasciamo i nostri figli dentro uno schermo»

Oggi è il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in rete. «Non lasciamo i nostri figli dentro uno schermo»

Oggi si celebra la ventiduesima edizione del Safer Internet day. È un’edizione all’agrodolce. Da una parte la soddisfazione per un progetto che ha dato vita a un network internazionale di soggetti – pubblici e privati – che condividono lo stesso sogno e gli stessi obiettivi (garantire ai bambini un’esperienza digitale più sicura e più a loro misura) e che da oltre due decenni provano a fare squadra e unire le forze.

Dall’altra la constatazione che quel sogno è ancora lontano dal diventare realtà e che, purtroppo, dibattiti e discussioni che oggi andranno in scena sui palcoscenici di mezzo mondo sono identici a quelli di vent’anni fa. Ma, frattanto, Internet – alla quale la giornata era originariamente dedicata – non è più soltanto Internet ma è diventata parte di un ecosistema digitale molto più complesso, uno spazio-non spazio nel quale gli umani, bambini inclusi, convivono con entità non umane, burattini digitali i cui fili sono tirati da una manciata di società commerciali che si dividono un mercato dal quale dipende, in buona misura, il destino dell’intera umanità.

Il riferimento è naturalmente ai chatbot, con i quali i nostri figli crescono, fanno i compiti, intrecciano relazioni affettive, talvolta psicoterapeutiche, spesso, a nostra insaputa. Tante le sfide che abbiamo davanti se vogliamo fare in modo che la prossima edizione del Safer Internet Day ci consegni sensazioni più dolci e meno agre. Ecco tre delle sfide che, personalmente, mi sembrano più urgenti delle tante altre con le quali, pure, dobbiamo confrontarci.

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La prima. Come molte persone della mia generazione ho imparato a guidare la macchina da mio nonno che è stato in grado di insegnarmelo perché quella che io avrei dovuto guidare era, sostanzialmente, simile a quella che lui aveva guidato per una vita intera: aveva un volante, tre pedali, un freno a mano. Non credo sarò in grado di insegnare a guidare la macchina ai miei nipoti ma dubito persino di poterlo fare con le mie figlie che oggi hanno quattro e nove anni. La macchina che loro guideranno sarà diversa, tanto diversa, da quella che io ho guidato negli ultimi trent’anni. Nessuna sorpresa. Solo una constatazione.

Mentre ci sono voluti sessantadue anni perché 50 milioni di persone si mettessero alla guida di un’automobile, ci sono volute poche settimane perché 50 milioni di persone iniziassero a usare ChatGPT. Il progresso tecnologico non ha mai corso così tanto nella storia dell’umanità. E questo naturalmente rende l’essere genitori nella dimensione digitale più difficile di sempre.

Qui se da una parte a noi tocca non rinunciare, non desistere, non arrenderci e non gettare la spugna, magari, lasciandoci davvero persuadere della circostanza che i nostri figli siano nativi digitali e ne sappiano più di noi di Internet, chatbot e dintorni – il che, naturalmente, non è vero –, a regolatori, decisori pubblici e Autorità tocca scongiurare il rischio che, per vincere la gara di velocità nella quale sembra – ormai – essersi trasformata la concorrenza nei mercati digitali, i duellanti trattino anche la protezione dei bambini come una zavorra della quale liberarsi per correre di più dei concorrenti e arrivare primi. Non deve accadere.

Come ha scritto Fedor Dostoevskij “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola lacrima di un bambino”. E questo vale a maggior ragione per qualsiasi profitto, qualsiasi mercato, qualsiasi primato commerciale o finanziario.

La seconda sfida riguarda l’usabilità. E qui è importante esser chiari per evitare facili fraintendimenti. L’usabilità è una straordinaria risorsa tecno-democratica che ha consentito a miliardi di persone di usare tecnologie capaci di schiudere loro le porte a opportunità straordinarie pur senza che avessero competenze tecniche evolute. Tuttavia, una cosa è l’usabilità e una cosa è l’abuso di usabilità.

Dare a pensare a miliardi di persone che usare un servizio di intelligenza artificiale generativa sia semplice come mandare un messaggio a un amico via WhatsApp o che spogliare artificialmente una ragazzina sia facile e innocuo tanto quanto usare un’app per il fantacalcio a me pare, semplicemente, irresponsabile e significa abusare dell’usabilità per spingere le persone, bambini inclusi, a utilizzare con leggerezza eccessiva e insostenibile, tecnologie potentissime e, se non usate in modo consapevole, drammaticamente pericolose.

L’Intelligenza artificiale, alla fine, è come un monopattino elettrico in una grande città. Straordinariamente utile se se ne capiscono le dinamiche di funzionamento, la precarietà dell’equilibrio, i limiti dati dall’accelerazione modesta e dallo spazio di frenata lungo. Straordinariamente pericoloso, per sé e per gli altri, se ci si convince che solo perché lo si può noleggiare ovunque con un solo tap sullo schermo dello smartphone guidarlo è facile come andare in bicicletta e, anzi, forse, di più.

Bisogna impedire all’industria di continuare a abusare dell’usabilità specie con i più piccoli. Bisogna impedire all’industria di permettere agli utenti – a cominciare dai bambini – di usare tecnologie potentissime senza avere chiari i rischi che corrono e ai quali possono esporre il prossimo. Il mercato non può avere la meglio sulla sicurezza specie dei più piccoli e sul loro sacrosanto diritto a una vita sostenibile anche nella dimensione digitale.

La terza sfida è, forse, la più importante di tutte. Online oggi più di ieri tra intelligenze artificiali e algoritmi non tutto è per tutti. Dobbiamo, da adulti, sforzarci di immaginare l’ecosistema digitale come un enorme parco dei divertimenti nel quale ci sono attrazioni per tutti e attrazioni solo per chi ha una certa età e attrazioni nelle quali, chi non ce l’ha, può entrare solo accompagnato dai genitori. Il contrario di quello che sta accadendo con bambini piccoli e piccolissimi che accedono a servizi e piattaforme ai quali non dovrebbero accedere semplicemente dichiarando un’età che non hanno.

Così non si può andare avanti. Da genitori dobbiamo fare il possibile perché se non hanno l’età giusta i nostri figli non usino certi servizi digitali. E, frattanto, industria e istituzioni, devono identificare soluzioni capaci di garantire che il fornitore di un servizio sia sempre in condizione di conoscere in modo puntuale l’età dei propri utenti pur rispettandone la privacy. Il tecnologicamente impossibile non esiste più.

Volere è potere e, in questo caso, non si può non volerlo perché ne va della vita dei nostri bambini. Se vogliamo celebrare per davvero questo ventiduesimo Safer internet day, facciamo due cose: chiediamo scusa ai nostri figli per quello che non siamo riusciti a fare sin qui nella dimensione digitale e, prendiamoli per mano, come faremmo sul ciglio di una delle strade delle nostre città, aiutandoli a attraversare anche le autostrade digitali lungo le quali, ormai, vivono.

Glielo dobbiamo.