Parità di genere, perché le giovani lasciano l’Italia per cercare un futuro all’estero

Parità di genere, perché le giovani lasciano l’Italia per cercare un futuro all’estero

Se non avessimo ancora capito che le 30-40mila giovani donne che ogni anno lasciano l’Italia per andare altrove a cercare un futuro cercano anche una parità che nel nostro Paese non esiste, arriva un rapporto CNEL a metterlo nero su bianco. Dice il fitto report – Lattrattività dellItalia per i giovani dei Paesi avanzati – che se una volta ad andare via dall’Italia erano soprattutto i maschi o, tuttalpiù, le famiglie, la nuova emigrazione è sempre più femminile (la quota è salita di oltre quattro punti, dal 43,8% nel 2011 al 48% nel 2024), che le giovani che emigrano sono nettamente più istruite dei coetanei maschi e che tra le motivazioni per emigrare prevalgono nelle femmine quelle legate alla ricerca di parità di genere: e difatti, “migliori opportunità di lavoro” è indicato dal 17,7% delle giovani intervistate tra i 18 e i 34 anni, rispetto al 15,5% dei giovani, “maggior riconoscimento dei diritti civili e maggiore efficienza del sistema di welfare pubblico” dal 16,2% delle femmine contro l’11,2% dei maschi, voce che registra il maggiore divario di genere (queste due voci sono rispettivamente al primo e secondo posto tra le motivazioni indicate dalle donne). Scrive il CNEL che al crescere dell’istruzione aumenta la consapevolezza femminile della discriminazione elevata e persistente che in Italia impedisce alle giovani di esprimere tutte le loro capacità e, quindi, sale il loro desiderio di andarsene in Paesi dove tale discriminazione è percepita decisamente minore o inesistente. “Le giovani italiane non sono più disposte a tollerare la discriminazione di genere che impedisce loro di partecipare pienamente alla vita sociale in generale e al mondo del lavoro in particolare”, scrive su huffingtonpost.it l’economista Luca Paolazzi, che peraltro è anche coordinatore del gruppo CNEL sull’attrattività dell’Italia per i giovani. In testa ai desideri c’è il bisogno di vedersi finalmente riconosciute le proprie competenze senza discriminazioni, attraverso pari opportunità di carriera e di stipendio e contesti che favoriscano la maternità, con un welfare elevato che aiuti a conciliare figli e lavoro, senza che si debba drammaticamente scegliere, come accade in Italia, tra l’uno e gli altri o pagare duramente nel caso li si abbracci entrambi.

Un tema non solo di equità, ma anche di sviluppo 

Se le disuguaglianze diventano sistemiche e irreversibili, la prima conseguenza è che chi ha più da perdere, ovvero chi ha un lungo futuro davanti da costruire, se ne va. Colpisce che queste italiane e italiani siano esclusi da qualunque narrazione: un incredibile disinteresse copre le traiettorie esistenziali delle migliaia di giovani donne – ma vale anche per i loro coetanei – che ogni anno decidono di rilanciare la propria vita altrove. Ormai tutti gli studi hanno chiarito che la parità di genere non è solo un tema di equità, ma un tema di sviluppo (con gli italiani che se ne vanno, se ne va anche un punto di PIL) e che, dunque, riguarda il Paese intero, destinato a pagare duramente gli impatti sul Paese di quelle partenze. Sul piano demografico, per esempio: la reiterata e prolungata emigrazione di 30-40mila donne 18-34enni comporta – misura l’economista Luca Paolazzi – la permanente e cumulativa riduzione di un numero perfino superiore di neonati. “Quelle donne”, scrive ancora, “faranno famiglia e procreeranno all’estero, tendenzialmente adeguandosi al numero di figli per donna prevalente nei Paesi dove emigrano, che è mediamente maggiore a quello italiano. Possiamo indicare in 45-60mila in bambini non nati all’anno in Italia per effetto dell’emigrazione delle giovani italiane, il che da un lato contribuisce a spiegare il crollo della natalità nel Paese durante gli ultimi anni e dall’altro spingerà le nascite in Italia ancora più in basso”. Senza contare l’impatto sull’economia della perdita, spesso irreversibile, di talenti femminili, competenze, innovazione, diversità, vista l’istruzione elevata di chi emigra.

Quanto vale il capitale umano che va all’estero

Se anche le disuguaglianze di genere stanno diventando un detonatore per chi considera di trasferirsi, ci si aspetta che governi centrale e locali, imprese, università agiscano urgentemente,  andando oltre i bonus occasionali, lo stiracchiato allungamento dei congedi per i genitori e, diciamolo, una retorica sulla conciliazione che, alla fine, continua a scaricare sulle spalle delle singole madri la responsabilità di farcela, in un modo o nell’altro. Certo, altri ritardi premono sulla decisione della fuga – costo della vita e salari bassi, tema casa, innovazione e ricerca, meritocrazia, burocrazia -, ma finché la parità sarà considerata una questione femminile e una riga puramente simbolica sui bilanci di imprese e istituzioni, non riusciremo a trattenere i talenti e regaleremo ad altri Paesi il capitale umano che abbiamo istruito con il denaro pubblico (in valore assoluto, sulla base delle tendenze emerse nel 2022-24, attraverso l’emigrazione netta di giovani italiani l’Italia subisce un’uscita annua di 16 miliardi di euro in capitale umano, valuta il CNEL). 

Cambiamento culturale e azioni da compiere

All’Italia non mancano solo gli asili nido o un calendario scolastico più gestibile per le famiglie: manca una cultura che smetta di considerare la maternità un costo, il lavoro delle madri un’opzione rinunciabile, le enormi penalizzazioni economiche post maternità una conseguenza normalizzata. E mancano azioni. La parità non si genera da sola; la parità deve essere ricercata inserendola sistematicamente nelle politiche economiche e deve essere finanziata. E bisogna farlo subito, perché i cambiamenti, soprattutto in alcune aree del Paese, avvengono troppo lentamente rispetto allo scorrere del tempo di vita dei giovani, che hanno fame di soluzioni. Un Paese che lascia andare le sue giovani più brillanti facendo pochissimo per incoraggiarle a restare sta dissipando il suo domani e si condanna, per paradosso, a restare spettatore del successo dei Paesi che, al contrario, hanno saputo tendere una mano a quante sognavano di costruire valore e generare futuro.