Post, chat, call, mail: perché l’iperconnessione ha creato la “giornata di lavoro infinita” e come difenderci dalle notifiche senza fine

Post, chat, call, mail: perché l’iperconnessione ha creato la “giornata di lavoro infinita” e come difenderci dalle notifiche senza fine

Vi siete già dimenticati i buoni propositi di inizio anno, quando avevate frettolosamente affermato che avreste ripensato la vostra vita e il vostro lavoro in relazione con lo smartphone perennemente connesso? La verità è che il più delle volte si tratta di promesse da marinaio, come si dice in gergo. Perché oggi il lavoro è trasbordato nella vita di tutti i giorni e viceversa per via dei dispositivi digitali che ci consentono – o costringono – ad essere connessi quasi H24. Ma c’è una stanchezza che non nasce dal fare troppo, ma dal dover rispondere a troppi. Una fatica sottile e continua che non lascia lividi ma consuma attenzione, lucidità, capacità di pensare. È la stanchezza dell’overflow comunicativo: mail che si accumulano, chat che non si chiudono mai, notifiche che trasformano il lavoro in una sequenza infinita di micro-interruzioni. Pensateci: la stessa AI sollecita continuamente le conversazioni in un flusso senza fine.

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Immagine generata con l’AI

La sindrome dell’inbox piena

Lo ha raccontato qualche tempo fa con chiarezza Cal Newport in un pezzo pubblicato sul New Yorker dal titolo assai eloquente: “An Exhausting Year in (and Out of) the Office”. «Quando la tua inbox cresce più velocemente di quanto tu possa gestire, il lavoro diventa ineludibile». Così ha scritto Newport, spiegando come la comunicazione digitale senza confini renda impossibile staccare davvero. Non è solo una sensazione diffusa. È un fenomeno misurato, studiato, documentato. Ecco, l’economia dell’attenzione rappresenta davvero il costo nascosto e sottostimato della connettività pervasiva. Secondo la recente ricerca Microsoft Work Trend Index i lavoratori trascorrono circa il 60% del tempo lavorativo su mail, chat e call e solo il 40% su attività di creazione e pensiero. Non è overload di lavoro ma comunicativo. Ma c’è di più: in un ulteriore report di pochi mesi fa Microsoft evidenzia come Il lavoratore medio riceve 117 email al giorno e la comunicazione continua estende la giornata lavorativa in un logica di “infinite workday” con interruzioni digitali ogni 1,75 minuti e fino a 275 interruzioni al giorno tra app, chat, notifiche. Più della metà della giornata non dedicato a creare valore, ma a gestire flussi informativi.La letteratura accademica parla esplicitamente di mail overload: una condizione in cui il volume di comunicazioni supera la capacità cognitiva di elaborarle, con effetti diretti su stress, soddisfazione lavorativa e performance. Uno studio pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication definisce l’overload informativo come uno squilibrio strutturale tra input e risorse mentali disponibili.Non è un problema di organizzazione personale ma sistemico.Interruzioni continue, pensiero frammentato. Qui sta il nodo. Diversi studi mostrano che le interruzioni frequenti, tipiche di chat aziendali e messaggistica istantanea, rompono il flusso cognitivo, aumentano il tempo necessario per completare i compiti e incrementano il rischio di errore. Una revisione pubblicata su Frontiers in Psychology collega direttamente le notifiche continue a un aumento del carico cognitivo e della fatica mentale. Il paradosso è evidente: strumenti nati per velocizzare il lavoro finiscono per rallentare il pensiero. Si reagisce, si risponde, si tampona. Ma si pensa meno.

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Abbasso l’always-on culture

Qui il tema diventa strategico. Perché se le grandi organizzazioni soffrono l’overflow comunicativo, le startup rischiano di esserne travolte. Le nuove imprese vivono di idee non ancora completamente formate, processi da inventare, prodotti da testare, servizi da immaginare prima ancora che da vendere. Tutto questo richiede tempo cognitivo non interrotto. Spazio mentale. Silenzio operativo. Eppure molte startup replicano fin dall’inizio i modelli comunicativi delle grandi corporate: Slack sempre aperto, mail in tempo reale, call continue. Un’iper-connessione che dà l’illusione di velocità ma sottrae la risorsa più preziosa: la capacità di pensare in profondità. Lo stesso Newport parla di always-on culture come di una minaccia diretta al lavoro creativo e strategico. Qui entra in campo la nuova necessaria ecologia digitale: non meno tecnologia, ma migliori confini. Non si tratta di demonizzare gli strumenti digitali. Si tratta di ridisegnarne l’uso. La ricerca mostra che ridurre le interruzioni migliora concentrazione e qualità decisionale, stabilire confini temporali alla comunicazione asincrona riduce lo stress percepito, ambienti di lavoro con “zone di silenzio digitale” favoriscono il lavoro creativo e la risoluzione di problemi complessi. Questa è l’ecologia del lavoro: governare i flussi, non subirli. Progettare la comunicazione come si progetta un prodotto: con regole, priorità, intenzionalità. Attenzione: è un tema culturale prima che tecnologico. In fondo l’overflow comunicativo è proprio una questione culturale. Abbiamo confuso la disponibilità continua con l’impegno, la rapidità di risposta con il valore, la presenza online con la produttività. Ma innovare richiede anche assenza. Assenza di rumore, di notifiche, di urgenze artificiali. Richiede tempo per collegare punti lontani, per sbagliare, per ripensare. Per le startup imparare a staccare non è un lusso. È una condizione di sopravvivenza. È ciò che permette di trasformare una buona idea in un buon prodotto e un buon prodotto in un servizio che dura. In un’economia che consuma attenzione più velocemente di quanto riesca a rigenerarla, difendere l’ecologia del lavoro è un atto di innovazione radicale. Non perché rallenta, ma perché restituisce al lavoro ciò che oggi manca di più: il tempo per pensare.