In ogni impresa “andare forte” non basta più: serve anche andare nella direzione giusta. Per anni sostenibilità e crescita sono state raccontate come un compromesso. Oggi stanno diventando una scelta strategica esplicita. Il modello Società Benefit nasce per dichiararla, governarla e renderla verificabile: non una promessa di intenti, ma un impegno che entra nello statuto, nelle decisioni e nel rapporto con il mercato. È dentro questo perimetro che si inserisce la Benefit Competition, iniziativa promossa dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), che dopo la prima tappa a Milano, riparte con il secondo appuntamento territoriale a Brindisi, il 12 marzo 2026.
La seconda tappa a Brindisi: candidature aperte fino al 23 gennaio
Fino al 23 gennaio 2026 è possibile candidarsi alla tappa di Brindisi tramite il form online dedicato. Possono partecipare le imprese e le startup già costituite come Società Benefit, e quelle che non hanno ancora adottato la forma giuridica, ma intendono farlo, provenienti da tutta Italia.
Questi gli step della seconda tappa della Benefit Competition:
- una prima selezione individua 10 progetti finalisti invitati in presenza a Brindisi;
- durante l’evento, dopo la sessione di pitching, una giuria territoriale decreta 3 vincitori;
- i vincitori di ciascuna tappa accedono poi all’evento finale nazionale insieme ai selezionati nelle altre tappe territoriali.
Perché partecipare: la Benefit non è “buonismo”. Ma è un asset competitivo
Negli ultimi anni le Società Benefit stanno guadagnando ulteriore credibilità e interesse perché trasformano la sostenibilità in una cosa che al mercato piace molto: una promessa misurabile. Reputazione, trasparenza, governance: non sono parole “da sito corporate”, ma leve che cambiano il modo in cui ti valutano clienti, partner, investitori.
E i dati aiutano a capire perché il modello sta diventando mainstream: la Ricerca Nazionale sulle Società Benefit (con partner come Intesa Sanpaolo Research, InfoCamere, Università di Padova, NATIVA e Assobenefit) fotografa un ecosistema in crescita e con numeri economici rilevanti (valore della produzione complessivo e trend di aumento delle aziende coinvolte).
Cosa guarda la giuria: non solo “quanto sei bravo a raccontarti”, ma quanto sei coerente
La valutazione non premia lo slogan migliore, ma la solidità del disegno imprenditoriale. Tra i parametri indicati dal programma ci sono:
- coerenza con il modello Benefit (non solo dichiarazioni, ma impegno reale verso finalità di beneficio comune);
- impatto sul territorio e sulla comunità, con benefici concreti e misurabili;
- qualità del progetto e chiarezza nella descrizione di impatti generati o previsti (la candidatura è già parte della selezione).
In altre parole: se la tua iniziativa vive bene solo in una presentazione, qui rischia di sgonfiarsi. Se invece è integrata nel modello di business – processi, governance, metriche, rendicontazione – la competizione diventa una vetrina (e un test di stress) molto utile, che può aprire prospettive molto interessanti.
Un termometro dell’innovazione responsabile e un radar dei territori che si muovono
La Benefit Competition è anche un osservatorio mettendo insieme imprese e progetti che stanno provando a far funzionare, nella realtà, una parola spesso abusata, come “impatto”. Non a caso, dopo la prima tappa, il percorso viene percepito come un modo per far emergere esperienze capaci di coniugare risultati economici e valore per la collettività.
E c’è anche un segnale interessante: alla prima tappa (Milano) sono pervenute 78 domande da tutta Italia, in larga parte da imprese già costituite come Società Benefit; un indicatore concreto di quanto il modello stia passando dalla teoria alla scelta societaria.
Best practice: come si riconosce una Società Benefit che funziona
Quando una Società Benefit funziona davvero, lo si capisce da alcuni segnali ricorrenti, che vanno oltre le dichiarazioni di principio. La governance è esplicita: ruoli e responsabilità sono definiti, gli obiettivi di beneficio comune entrano nei processi decisionali e non restano confinati in fondo allo statuto. Anche le metriche seguono la stessa logica di concretezza: pochi indicatori, scelti con cura, monitorati nel tempo e spiegati in modo comprensibile, senza retorica o opacità.
L’impatto, poi, non vive in iniziative parallele o in progetti accessori, ma è legato al cuore dell’attività d’impresa: prodotto, servizio, filiera, organizzazione del lavoro, rapporto con il territorio. Infine, la rendicontazione smette di essere un adempimento formale e diventa uno strumento operativo: la relazione d’impatto serve a orientare le scelte, misurare ciò che funziona e correggere ciò che non funziona, trasformando l’obbligo di trasparenza in una leva di miglioramento continuo.
Competitività e responsabilità, nella pratica
Con la Benefit Competition, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta costruendo uno spazio pubblico in cui l’innovazione sostenibile non viene solo raccontata, ma messa alla prova. Le tappe territoriali diventano luoghi di confronto tra imprese, occasioni di networking qualificato e momenti di visibilità per modelli imprenditoriali che puntano a essere replicabili e scalabili, dimostrando che competitività e responsabilità possono procedere insieme.
Per le imprese che intendono candidarsi, il lavoro più importante inizia prima del palco. Arrivare a Brindisi con un progetto credibile significa chiarire quale problema si intende affrontare e per chi, individuando una metrica di riferimento che tenga insieme territorio, comunità e ambiente. Significa mostrare in modo concreto come l’impatto sia integrato nel business, nei processi decisionali, nella governance, negli investimenti e nelle partnership.
E soprattutto, saper raccontare tutto questo con chiarezza: meno visioni astratte, più evidenze, dati e metodo.
Le candidature per la tappa di Brindisi (aperte fino al 23 gennaio 2026) rappresentano il primo passo per entrare in un percorso che mette al centro non solo ciò che un’impresa fa, ma il modo in cui sceglie di farlo.