Ring, chi è? L’ICE. Ma Amazon smentisce: i campanelli intelligenti non stanno collaborando con la temuta polizia dei rimpatri

Ring, chi è? L’ICE. Ma Amazon smentisce: i campanelli intelligenti non stanno collaborando con la temuta polizia dei rimpatri

La tensione negli Stati Uniti è alle stelle. Mentre l’ICE – l’agenzia federale per l’immigrazione – conduce arresti controversi in Minnesota, accusata da attivisti e media di colpire indiscriminatamente persone con determinate caratteristiche somatiche, un altro fronte si accende: quello della sorveglianza domestica.

Al centro della polemica c’è Ring, società di videocamere smart di proprietà di Amazon. Nelle ultime ore l’azienda ha dovuto chiarire pubblicamente di non collaborare con l’ICE, dopo che sui social – soprattutto TikTok e Bluesky – è esplosa una campagna che invita gli utenti a distruggere o disinstallare i propri dispositivi. L’accusa: contribuire, direttamente o indirettamente, a un sistema di sorveglianza statale percepito come oppressivo.

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Il nodo Flock

A innescare la protesta è stata la partnership annunciata mesi fa tra Ring e Flock, società specializzata in sistemi di videosorveglianza basati su Intelligenza artificiale. Secondo diverse inchieste, Flock avrebbe già permesso a enti governativi – incluso l’ICE – di accedere ai dati raccolti dalla propria rete di telecamere. Da qui il sospetto che l’integrazione con Ring potesse ampliare ulteriormente la portata di questo accesso.

Ma l’azienda respinge le accuse. In un’intervista a The Verge, la portavoce Yassi Yarger ha ribadito che Ring non condivide video, flussi o accessi di backend con l’ICE. Non solo: l’integrazione con Flock, annunciata lo scorso ottobre, non è ancora attiva. E soprattutto, Flock non ha accesso a Community Requests, la funzione che consente alle autorità locali di chiedere ai residenti l’accesso ai loro feed video per supportare un’indagine.

Secondo Ring, il programma è pensato esclusivamente per agenzie di sicurezza pubblica locali, limitate a livello cittadino o di contea. Nessun coinvolgimento federale, almeno sulla carta.

Community Requests

La funzione Community Requests resta, comunque, un terreno delicato. È opzionale, e gli utenti possono revocare il consenso in qualsiasi momento. In teoria, rappresenta uno strumento utile per supportare indagini su furti, vandalismi o altri reati di quartiere.

In pratica, come accade per ogni tecnologia di sorveglianza, tutto dipende da chi richiede l’accesso e come lo utilizza. Le preoccupazioni non riguardano solo l’eventuale coinvolgimento di agenzie federali, ma anche la gestione dei dati una volta condivisi: dove finiscono, chi può consultarli, per quanto tempo vengono conservati.