«Una lezione che ho imparato in Omnitel, nei primi anni Novanta, è che si può sbagliare, a patto di non rimanere mai fermi. Bisogna essere veloci. All’epoca stavamo vivendo il boom nel settore delle telecomunicazioni. Oggi non so se l’AI sia più o meno veloce. Quel che so è che dopo lo scoppio della bolla delle dot.com internet non è scomparso. Sono semplicemente rimasti i player più forti». In un nuovo lunedì che come sempre dedichiamo al tema investimenti e VC abbiamo intervistato Silvia Pugi, vice segretario generale di CEC – European Managers, un passato da dirigente di aziende in tutta Europa e da diverso tempo investitrice.

La fortuna di un papà femminista
Una delle esperienze che più l’ha formata è stata il vivere all’estero. «La mia fortuna è stata avere un papà femminista che mi ha sempre spinto a fare cose. A sei anni mi ha fatto prendere lezioni di inglese». Nata a Firenze e cresciuta a Roma, Silvia Pugi si è formata sempre nella capitale dove ha studiato economia, per poi intraprendere una delle prime esperienze di Erasmus, quando il programma europeo era agli esordi.
«Ricordo di aver trovato questo foglietto sulla bacheca universitaria. Dato che sapevo bene l’inglese ho deciso di andare a Parigi, dove ho fatto uno stage in Borsa per JPMorgan». Erano i primi anni Novanta, un periodo storico contraddistinto da un certo ottimismo verso il futuro, con un nuovo equilibrio globale post Guerra fredda e la new economy di internet che avrebbe alzato il livello di entusiasmo.
Come ci ha spiegato però la vita di Borsa non era qualcosa di adatto a lei che pur aveva studiato finanza dei mercati. «Grazie all’Erasmus avevo conosciuto diverse società di consulenza. Così sono entrata in Booz Allen Hamilton, famosa per la consulenza nel tech. Ci ha lavorato Edward Snowden. Ho fatto progetti di strategia, go to market e M&A in tutta Europa, lavorando tra Svezia, UK, Francia, Germania e Grecia». Con lo sviluppo del settore delle telco si è avvicinata a un comparto in grande crescita.

L’Europa può farcela sul tech?
«Quando ho cominciato in Omnitel, a metà anni Novanta, c’era tutto da costruire. Era un mondo pieno di persone passate dalla consulenza. Cercavano figure con mentalità fresca». E da lì Silvia Pugi ha fatto carriera, passando poi in Fastweb. «Erano gli anni del boom di internet, mi sono ritrovata nel settore che cresceva di più. A giugno chiudevamo il budget dell’anno e dovevamo per forza rinnovarlo. La consulenza mi ha permesso di entrare in contatto con industrie che si muovevano veloci».
Quella velocità che oggi contraddistingue l’innovazione dell’AI. E che in molti chiederebbero anche all’Europa per rimanere al passo con i competitor. Silvia Pugi ha un punto di osservazione privilegiato sull’Europa, lavorando per un’associazione che riunisce un milione di manager da tutto il continente. «L’Europa sta diventando sempre più importante per le economie dei Paesi europei. Startup e innovazione sono capisaldi della strategia industriale europea, ma è chiaro che occorre pagare un conto politico da parte di ciascun Paese». L’integrazione, in altre parole, richiede compromessi attuali per godere di benefici comuni in futuro.

«In Europa non abbiamo campioni europei e quel che è peggio è che per farli nascere spesso alcuni Paesi si sono opposti a fusioni o acquisizioni per difendere il proprio campione nazionale. Se vogliamo campioni mondiali devono essere almeno di livello europeo». E dov’è che l’Italia potrebbe rappresentare un’eccellenza? «Siamo molto forti nel pharma, nella meccanica di precisione così come pure nella difesa. Sul deeptech siamo posizionati bene, ma abbiamo un problema comune con gli altri Stati europei: ottime università, ricercatori che pubblicano tanti paper, ma che faticano nel tech transfer e nel trasformare la ricerca in aziende». Il confronto con gli USA su questo versante è eloquente.

L’incontro con le startup: uno choc
In questo ecosistema Silvia Pugi ha deciso di investire poco prima dello scoppio della pandemia. Dopo aver fondato e venduto una società – Artelling – specializzata in mostre ed eventi multimediali, ha iniziato a investire per poi entrare nel network di IAG (Italian Angels for Growth), dove è stata lanciata la holding di investimento Eden Ventures. «Per me, che venivo da aziende strutturate, è stato uno choc l’impatto col mondo startup. Non ci sono numeri, l’azienda è in perdita, non si vedono profitti a breve. Ho capito velocemente che non dovevo concentrarmi su quel che mancava, ma su quel che potevo aggiungere. Le startup sono animali diversi».
In Eden Ventures l’obiettivo è sostenere le startup early stage lanciate da founder con già un’esperienza alle spalle. Second time founder per i quali il fondo investe 100mila euro (finora 28 investimenti andati in porto).

La sostenibilità e il ruolo delle donne
Uno dei temi in cui Silvia Pugi si è specializzata in questi anni è la sostenibilità. Termine che l’attualità globale vede non certo tra le priorità in agenda. «Secondo me c’è stata tanta ideologia attorno al tema. La questione è che, non avendo materie prime, l’Europa non ha futuro se non abbraccia fonti come il solare, l’eolico, il nucleare e il riciclo».
Di sostenibilità si parla anche in ottica sociale ed economica. «Siamo in un continente che sta invecchiando, dove non si trovano competenze. È un tema sentito moltissimo in nord Europa. In questo contesto aiutare le donne a entrare e restare nel mondo del lavoro è una questione non solo di diritti, ma di intelligenza».

Cosa serve alle startup
Un altro tassello che occorre cambiare secondo l’investitrice riguarda il rapporto tra aziende tradizionali e startup, per far circolare innovazione e opportunità. «Le startup hanno bisogno di capitali, ma anche di clienti. Dovremmo fare una grande azione di cultura, di incentivi, di spinta affinché le aziende lavorino di più con i player dell’innovazione. Si sta discutendo in Europa di un procurement pubblico tecnologico verso aziende tech europee e la Francia si è già mossa».
In questo mercato dell’innovazione ci sarebbe spazio per rendere più diffuso e stabile il ruolo delle startup nel tessuto economico. «Le startup devono crescere e dunque vendere. Corporate e pubbliche amministrazioni devono aprirsi all’innovazione, il che significa anche cambiare regole e togliere vincoli. Aiutare i manager europei a portare più innovazione in azienda per avere un’Europa più competitiva e sostenibile: questa è una delle miei mission in CEC European Managers».