I dati dell’ultimo report di Mind the Bridge sugli Ecosistemi di Innovazione, presentato a dicembre a Parigi presso la sede dell’International Chamber of Commerce, mostrano un quadro tanto ricco quanto contraddittorio.
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Il continente produce startup, talento e ricerca in abbondanza. Ma quando si passa dalla creatività alla crescita, il motore si inceppa. Oggi l’Europa rappresenta circa il 22% delle scaleup mondiali, ma attrae solo il 13% dei capitali globali. Un divario che non è casuale, né temporaneo.

Il problema non è la capacità di innovare, ma quello di trasformare l’innovazione in industria. Troppi progetti restano confinati alla fase sperimentale, troppi programmi si fermano al supporto iniziale, troppo pochi diventano imprese capaci di competere su scala globale.
Il rischio è evidente: continuare a essere un laboratorio di idee per altri ecosistemi, un luogo dove l’innovazione nasce ma raramente matura. Una fucina brillante, sì. Ma sempre più simile a un museo.
Tante startup, poche scaleup
Come mostra il report, solo 19 ecosistemi al mondo hanno raggiunto lo status di Nova Star (la stadio che precede gli ecosistemi di innovazioni super(nova)star), ovvero la capacità di produrre in modo sistematico aziende globali. In Europa (Londra a parte), l’unico vero caso è Parigi.

Il problema, quindi, non è la capacità di generare nuove imprese. È la difficoltà nel farle crescere.
L’illusione della quantità
D’altro canto, negli ultimi dieci anni l’Europa ha puntato moltissimo sulla diffusione dell’innovazione: più hub, più programmi, più fondi pubblici epiù iniziative locali. Il risultato è una base ampia, ma iper-frammentata.
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Secondo il report, l’Europa è il continente che negli ultimi 10 anni ha aggiunto più ecosistemi regionali in “pipeline”. Questo significa anche che l’innovazione non scala a livello continentale.
Rimane locale, dispersa, spesso isolata.

Il collo di bottiglia: la commercializzazione
Il vero collo di bottiglia dell’innovazione europea non è la creazione di startup, ma la loro capacità di arrivare sul mercato. In Europa si investe molto nelle fasi iniziali – ricerca, incubazione, proof of concept – ma molto meno nella fase decisiva: quella in cui un prodotto deve essere venduto, scalato, integrato nei processi industriali. È qui che l’ecosistema si ferma.
Il risultato è un paradosso evidente: abbondano i progetti, ma mancano i capitali e gli strumenti per trasformarli in business sostenibili. Altre regioni, come la Corea del Sud, stanno invece sperimentando modelli più avanzati, canalizzando ingenti risorse pubbliche verso programmi di co-sviluppo con le corporate e iniziative mirate all’internazionalizzazione dei prodotti e delle reti commerciali.
La commercializzazione in Europa resta sotto-finanziata, spesso affidata a bandi temporanei o a sperimentazioni che non diventano mai contratti veri. Senza domanda, senza clienti e senza un reale sostegno alla fase go-to-market, l’innovazione resta incompiuta. E le startup, invece di crescere, si fermano o cercano altrove le condizioni per scalare. È questo il punto in cui l’Europa perde terreno: non nella capacità di generare idee, ma nel trasformarle in valore economico.
Il rischio che corre l’Europa
Il paradosso europeo è tutto qui: formiamo talento, creiamo tecnologia, finanziamo la fase iniziale ma fatichiamo a trattenere valore long-term. Risultato? Molte scaleup europee finiscono per spostare la sede all’estero; raccogliere capitali extra-UE ed essere acquisite prima di maturare. Così l’Europa contribuisce all’innovazione globale, ma ne cattura solo una parte limitata. Come un museo: pieno di capolavori, ma con poche opere ancora in produzione.