Tra viralità e verifica, l’immagine alterata dall’AI con i due poliziotti durante gli scontri di Torino e l’erosione della fiducia

Tra viralità e verifica, l’immagine alterata dall’AI con i due poliziotti durante gli scontri di Torino e l’erosione della fiducia

Quando la Polizia di Stato pubblica sui propri canali ufficiali una foto palesemente generata dall’intelligenza artificiale, spacciandola per reale, non stiamo assistendo a un banale errore tecnico. Stiamo guardando in diretta il suicidio istituzionale.

Matteo Flora art

Siamo a Torino, durante gli scontri legati allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Un poliziotto viene aggredito, un suo collega lo soccorre e lo trascina in salvo. Poco dopo, sui canali social della Polizia, distribuiti capillarmente dall’ANSA a tutti i media, compare l’immagine di un abbraccio tra i due agenti. Un’immagine potente, simbolica, quasi eroica. Peccato sia un falso. Un’immagine creata o pesantemente alterata da un’AI, come dimostrano le scritte deformate sui caschi, i dettagli incongruenti e un’atmosfera che non corrisponde a nessun video dell’evento.

Articolo tratto dalla newsletter di Matteo Flora

Quando l’istituzione che per definizione dovrebbe garantire l’ordine e accertare i fatti manipola la realtà per scopi di propaganda, sta segando con meticolosa precisione il ramo su cui è seduta. Perché nel momento in cui non possiamo più fidarci della Polizia per distinguere il vero dal falso, siamo ufficialmente entrati in una nuova, e ben più pericolosa, fase della nostra crisi della verità. Ma andiamo con ordine.

polizia foto ai
Meta sui suoi social ha apposto l’etichetta di foto alterata

I fatti oltre la propaganda

Ricostruiamo la catena degli eventi, perché è da lì che si capisce il meccanismo. Il 31 gennaio a Torino ci sono tafferugli violenti. Un agente viene colpito e ferito. Un collega lo aiuta. Esistono video reali che documentano l’accaduto. La Polizia, però, decide di non usare quelli. Sceglie invece di pubblicare e distribuire un’immagine sintetica, perché evidentemente più “narrativa”, più efficace nel comunicare il messaggio di solidarietà e cameratismo.

L’operazione dura poco. I colleghi di Facta.news e altri analisti smontano l’immagine pezzo per pezzo, evidenziandone le stigmate digitali tipiche delle creazioni AI. Messa di fronte all’evidenza, la Polizia si difende con un’argomentazione che, se possibile, è peggiore del fatto stesso: sostiene di averla presa dal web, scegliendola “tra quelle più virali”, senza verificarla. Nel frattempo, però, gran parte dei media mainstream l’ha già pubblicata come autentica. Meta, da parte sua, applica un’etichetta di “foto alterata”. Il danno reputazionale è servito.

Siamo di fronte a quella che gli studiosi chiamano crisi epistemica: il collasso della capacità collettiva di accordarsi su una realtà condivisa. E quando a inquinare il pozzo della verità è un’istituzione dello Stato, il danno diventa sistemico. Le istituzioni, come ho avuto modo di scrivere in passato, godono di un privilegio epistemico: tendiamo a credere loro sulla parola perché il loro ruolo è proprio quello di accertare i fatti. Una volta che questo privilegio viene tradito, recuperarlo è un’impresa quasi impossibile.

Quello della Polizia è un caso da manuale di effetto boomerang, un concetto ben noto nella comunicazione di crisi, teorizzato da William Benoit. L’obiettivo, probabilmente, era umanizzare gli agenti e attrarre solidarietà. Il risultato è stato l’esatto opposto: hanno fornito un’arma potentissima a chi sostiene che le istituzioni mentano per principio, hanno alimentato il cinismo e hanno dimostrato una sconcertante ingenuità digitale. Hanno confermato il sospetto, non la fiducia.

Ma l’aspetto più grave è la giustificazione. Ammettere di aver preso un’immagine “virale” dal web senza verificarla significa che l’istituzione investigativa per eccellenza ha rinunciato al fact-checking basilare. Ha delegato la costruzione della propria narrazione al caos del web, abdicando alla sua responsabilità epistemica. Questo è il Reality Collapse di cui parla il filosofo Joshua Habgood-Coote: quando scompare uno spazio di verità fattuale condiviso e garantito, il dibattito pubblico cessa di esistere e si trasforma in una lotta tra tribù armate di narrazioni inconciliabili. Se persino la Polizia non sa più, o non le interessa più, distinguere il reale dal sintetico, come possiamo pretendere che lo faccia un cittadino comune?

L’era della trasparenza radicale

Le conseguenze di questo gesto si pagheranno per anni. D’ora in poi, ogni volta che la Polizia pubblicherà una foto, un video o una ricostruzione, una parte dell’opinione pubblica alzerà un sopracciglio e penserà: “sarà vero o è un altro falso?”. Il debito di fiducia contratto con questo singolo post è enorme.

Le regole del gioco, d’altronde, sono cambiate per tutti. Tra pochi mesi, distinguere un’immagine reale da una generata a occhio nudo sarà tecnicamente impossibile. Questo impone alle istituzioni un salto di qualità verso una trasparenza radicale e tecnologicamente assistita. Non basterà più dire “questa è la nostra versione dei fatti”. Bisognerà dimostrarlo. Serviranno standard nuovi: metadati certificati che traccino l’origine di un file, watermark digitali crittografici, forse persino l’uso di registri distribuiti come la blockchain per garantire la catena di custodia delle prove visive. Non è fantascienza, è il nuovo minimo sindacale per essere credibili.

Il rischio, altrimenti, è il collasso totale. Se tutto può essere falso, allora niente è più vero. E in questo vuoto epistemico prosperano solo l’estremismo, la polarizzazione e la manipolazione.

La fiducia è l’asset più prezioso

La fiducia è l’asset più fragile e prezioso di un’istituzione. Si costruisce con decenni di coerenza e si polverizza con un singolo post. Questo episodio ci insegna che, nell’era dell’AI generativa, la comunicazione non può più permettersi leggerezze. Le istituzioni non possono più pensare come influencer, inseguendo la “viralità”. Devono agire come garanti della realtà, con un rigore e una trasparenza superiori a chiunque altro.

polizia foto ai flora

C’è in gioco una responsabilità etica enorme. Manipolare la realtà visiva, anche involontariamente, comunica ai cittadini che la verità è un optional, che l’immagine conta più del fatto, che la propaganda è uno strumento legittimo. Questo approccio è semplicemente devastante per il contratto sociale su cui si regge una democrazia. Se non esiste più una realtà condivisa, non c’è più un terreno comune per il dibattito. Resta solo lo scontro. Le istituzioni devono essere l’ancora di salvezza in questa tempesta informativa. Se scelgono di essere un’altra onda, ci perdiamo tutti.

Quando la Polizia usa foto false, non sta solo sbagliando strategia. Sta dando ragione a chi teorizza che lo Stato sia il primo a mentire. E in un Paese con livelli di fiducia nelle istituzioni già ai minimi storici, questo è un lusso che semplicemente non possiamo più permetterci.

La prossima volta che vedrete un’immagine potente condivisa da un canale ufficiale, fatevi una domanda cruciale: è vera o è solo virale? Perché abbiamo scoperto, nel peggiore dei modi, che le due cose non sono più sinonimi.

E come sempre… Estote Parati!