“È un gesto di civiltà che finalmente raddrizza le storture provocate dalla magistratura femminilizzata”. Con queste parole il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha accolto la storica sentenza di assoluzione del 49enne femminicida e reo confesso Giacomo Salvatore Squarta detto Tore, che nell’autunno del 2023 ha ucciso con 28 coltellate la 37enne Maria Curià”.
Lo Squarta era stato arrestato in flagranza di reato, mentre pugnalava a morte la vittima per strada, a Roma in via dei Fori Imperiali, urlando ripetutamente “Ti ammazzo, puttana”.
“L’ho uccisa perché ha detto che il mazzo di fiori che le ho regalato per il decimo anniversario da quella volta che avevamo preso un caffè insieme, forse aveva bisogno d’acqua. – Aveva subito confessato l’uomo ai magistrati durante il fermo cautelare – L’allusione dei gambi flosci alla mia virilità era palese, così non ci ho visto più. Quanto deve sopportare un uomo prima che il limite venga superato? Per quanto tempo queste ideologie gender dovranno colpevolizzarci tutti? Al giorno d’oggi non si può pugnalare più nessuno”.
Durante i due anni di processo la difesa ha giocato ogni carta possibile per dimostrare l’assoluta innocenza dell’imputato, prima affermando che la canottiera indossata dalla vittima avesse le maniche troppo corte, poi cercando di dimostrare che lo Squarta era il nipote di Mubarack, infine, invocando il diritto alla libera espressione sancito dall’articolo 21 della Costituzione: “Il nostro assistito stava eseguendo una performance act con cui denuncia la crisi dei valori tradizionali – dichiareranno i difensori – e ci sentiamo di dire, come il nostro assistito, che di questo passo non si potrà pugnalare più nessuno”.
La svolta è però arrivata quando accusa e difesa hanno concordato con le ultime dichiarazioni di Nordio: “Nel codice genetico dell’uomo c’è una resistenza alla parità dei sessi”. Le autorevoli parole del ministro hanno messo fine al caso: l’assassino è stato giudicato totalmente innocente, mentre si è proceduto all’arresto il suo DNA, che adesso rischia l’ergastolo per femminicidio e una pena supplementare per aver diffamato l’onorabilità della categoria maschile.
Gianni Zoccheddu
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